La crisi geopolitica mediorientale continua a ridisegnare i flussi di rischio globali. Il comparto energetico è sotto pressione rialzista, mentre i metalli preziosi hanno accusato significative prese di profitto e il rame ha toccato il 23 marzo un nuovo minimo annuale a 11.700 usd/T.
Il Brent ha formato una figura tecnica di doppio massimo in area 120 usd/barile, con i picchi registrati il 9 ed il 19 marzo. L’elevata volatilità rende complessa la definizione di livelli operativi netti, ma la struttura del mercato offre comunque riferimenti utili. Sul lato dei supporti, il minimo del 12 marzo a 96 coincide con il ritracciamento del 38,2% del range compreso tra 59 e 120 usd; seguono il 50% a 89 e il 61,8% a 82. In area 128–130 si colloca la prima resistenza significativa, soglia che precede il massimo storico di marzo 2022 a circa 140 usd/barile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha amplificato la backwardation sulla curva a termine, con uno spread di circa 4 dollari per contratto tra scadenze consecutive.
Sul gas naturale europeo il quadro è diverso per natura e profilo di rischio. Il Ttf ha registrato un’accelerazione rialzista verso 70 euro/Mwh, salvo poi ritracciare in area 50. Il livello chiave da monitorare rimane 60 euro: una chiusura settimanale al di sopra di questa soglia, accompagnata da volumi sostenuti, aprirebbe la strada verso gli 80, scenario che riconsegnerebbe l’Europa a una condizione di emergenza energetica con ricadute dirette su inflazione e competitività industriale.
A differenza del Brent, gli acquisti sul Ttf hanno interessato l’intera curva in modo uniforme, segnale che il mercato sta prezzando un rischio strutturale di lungo periodo. La view prevalente è che la crisi del gas possa protrarsi almeno fino a dicembre 2026. Il caro energia si trasmette rapidamente all’inflazione, e le principali Banche Centrali stanno già rivedendo le proprie traiettorie di politica monetaria. I forward rate prezzano rialzi per quasi tutte le principali istituzioni: Bce e Bank of Japan guidano il repricing con rispettivamente 45 e 48 punti base attesi, coerentemente con la loro maggiore esposizione al problema energetico. Anche la Fed, per cui il mercato scontava due tagli da 25 bp nel 2026, registra ora un’alta probabilità implicita di rialzo entro fine anno.
La direzione del rischio è definita: un Brent oltre 130 dollari o un Ttf oltre 80 euro costringerebbero le Banche Centrali a un cambio di rotta più brusco, con effetti a cascata su tassi, obbligazioni, valute e crescita globale.
Le quote europee di Co2 hanno vissuto un anno di estremi. L’Eua aveva raggiunto i 94 euro, toccando i massimi dal 2024, prima di subire un crollo di circa il 33%. Il sell-off è stato innescato dalle dichiarazioni di Germania, Italia e larga parte dei membri dell’Unione europea, che hanno manifestato l’intenzione di riformare il mercato Ets tramite il rilascio di quote gratuite aggiuntive o l’introduzione di un price cap.
Da segnalare in particolare la seduta del 12 febbraio, in cui il prezzo è sceso di 7 eur/T in una singola giornata, con i fondi impossibilitati a liquidare integralmente le posizioni rialziste accumulate nel range 65–75 euro. I due minimi successivi a 68 confermano che l’obiettivo dei grandi operatori è completare la chiusura del book long per poi virare strutturalmente al ribasso.
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