Aprile ha offerto un apparente paradosso: la geopolitica peggiorava, i mercati hanno aggiornato i massimi. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono rimaste al centro delle cronache; lo Stretto di Hormuz è apparso compromesso e il Brent ha superato i 100 dollari al barile, nonostante i tentativi diplomatici. Maggio sta proseguendo sulla falsariga ma con più moderazione evidenziando più una situazione di stand by e attesa dei mercati.
La forza dei listini sembra essere guidata da una parola: ottimismo. Le asset class rischiose hanno beneficiato di un rally deciso e i titoli legati all’Ai sono tornati a dominare, interrompendo la rotazione settoriale osservata prima dello shock geopolitico. Lo S&P 500 e il Nasdaq hanno ritoccato nuovi massimi storici. Negli Emergenti, Taiwan e Corea del Sud hanno brillato grazie ai semiconduttori, segnalando che gli investitori continuano a premiare le società più esposte al ciclo Ai.
Cosa stanno scontando i mercati? Stanno minimizzando i rischi di una crisi compless tra Stati Uniti e Iran?
Una prima risposta è che il mercato continua a considerare più probabile una de-escalation graduale. La pressione politica interna negli Stati Uniti è un elemento rilevante: l’operazione sta pesando sul consenso del Presidente. Il rialzo dei prezzi dei carburanti ha colpito il sentiment dei consumatori e il rincaro globale dell’energia sta esercitando un freno al reddito disponibile producendo un rischio di rallentamento delle dinamiche di crescita. L’inflazione è già salita al 3,8% ad aprile alimentata dall’energia, con rialzi diffusi. La necessità di ‘chiudere’ la crisi diventi più urgente, soprattutto in vista delle elezioni di midterm.
Il prolungamento dello shock energetico potrebbe portare a una recessione globale, con epicentro in Europa. Un’Europa in recessione non conviene né agli Stati Uniti né alla Cina, dato il suo ruolo come mercato di sbocco. La Cina ha poi un interesse diretto su Hormuz, attraverso cui transita una quota importante delle sue forniture energetiche. L’incontro tra Trump e Xi-Jinping non ha però prodotto risultati significativi, salvo dichiarazioni.
È un rally sostenibile? Dipende. Se i costi energetici elevati persistessero con un petrolio al di sopra dei 150 dollari, e si materializzassero carenze più estese, l’impatto sull’economia globale diventerebbe significativo, con il rischio di stagflazione
L’economia statunitense sta mostrando resilienza: il mercato del lavoro resta solido e la disoccupazione continua a oscillare attorno al 4–4,3%. Rispetto al 2022, epoca della precedente crisi energetica, lo scenario oggi è più robusto: inflazione più moderata, Banche Centrali meglio equipaggiate ad affrontare una ripresa di inflazione rispetto al 2022 quando erano con tassi vicino a zero e disponibilità a usare la leva fiscale e i piani di investimento, anche per ragioni di sicurezza strategica.
Quest’ultimo fattore è fondamentale. Infatti, ci si trova in un momento in cui i Governi stanno mostrando una forte propensione all’investimento date le significative sfide che si delineano.
Inoltre, la stagione degli utili ha sorpreso in positivo: negli Stati Uniti gli utili sono cresciuti di circa il 30% annuo, con l’80% delle società che ha battuto le stime. In Asia di circa il 40%, a traino dalla tecnologia e, ancora una volta, dalla domanda di semiconduttori. Negli Emergenti le revisioni al rialzo degli utili sono state così forti che le valutazioni sono in realtà diminuite, passando da 13,3x gli utili attesi a 12 mesi a gennaio a meno di 12x oggi. Le azioni su questi mercati restano un modo per aumentare l’esposizione al tema dell’Ai a livelli di valutazione molto allettanti. In Europa la crescita degli utili è stata più moderata e vicino al 5% ma oltre il 60% ha battuto le stime, un livello superiore alla media storica.
Resta quindi una domanda: è un rally sostenibile o c’è il rischio di un brusco risveglio? Dipende. Se i costi energetici elevati persistessero con un petrolio al di sopra dei 150 dollari al barile, e si materializzassero carenze più estese, l’impatto sull’economia globale diventerebbe significativo, con un rischio di stagflazione. Le Banche Centrali si troverebbero davanti al dilemma se sostenere la crescita o combattere l’inflazione. In ogni caso sarebbe un contesto molto difficile da gestire e molto negativo per i mercati. Si potrebbe tornare a vedere quella forte correlazione positiva con cali sia di azioni che di obbligazioni, vista nel 2022.
L’incertezza resta alta. Più il conflitto si prolunga, più aumenta la probabilità di una correzione. Ma aumenta anche la pressione per un compromesso e un cessate il fuoco definitivo che resta lo scenario più plausibile.
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