TM    Marzo 2026

Il tempo delle Mid Cap

Vi sono tutte le premesse, anche storiche, perché nei prossimi mesi il segmento delle Mid Cap, specie americane, possa sovraperformare il mercato, meglio anche delle Small. Un’analisi di Andrea Zuccheri, membro della Ticino Finance Association, e Cio di Sumus Capital.

Andrea Zuccheri

di Andrea Zuccheri

membro della Ticino Finance Association, e Cio di Sumus Capital

Negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti si è assistito a una forte crescita dell’azionario, in larga parte trainata dalle Big Cap e più in particolare dalle Mag 7 (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla). Questi titoli rappresentano il 31% dell’azionario americano, rispetto al 26% di due anni fa (e il 33% di fine ottobre 2025). A questo punto si possono fare due considerazioni: il mercato delle Big cap è molto concentrato e se qualcosa va male ai Mag 7 l’impatto è rilevante; storicamente c’è sempre stato un ritorno alla media e le Mid/Small cap hanno performato in linea con le Big.

Guardando alle performance da fine ‘93 (anno in cui sono stati creati gli indici S&P Mid e Small) ecco alcune evidenze.

Dal 1994 al ‘99 le Big Cap erano salite più delle Mid/Small, trainate dal settore tecnologico. Poi nel periodo 2000-’09 c’è stato un recupero per tornare alla media. La composizione dei diversi indici mostra come mentre nello S&P500 la tecnologia è preponderante, gli indici Mid/Small sono più esposti agli industriali. Le similitudini con la seconda metà degli anni Novanta, dove le Big cap hanno fatto meglio grazie al settore tecnologico, sono evidenti. A fine 2025, com’era successo a fine ‘99, i livelli di valutazioni dei mercati sono superiori alle medie storiche. Lo S&P500 a dicembre era pari a 25 volte gli utili, contro 19 del suo valore mediano storico. L’indice Mid cap era pari a 20 volte gli utili, in linea con il suo valore mediano storico. L’indice Small cap era invece pari a 21 volte gli utili, inferiore al suo valore mediano storico di 23.

Se quindi si ripeterà cosa è successo in passato, gli attuali valori di mercato fanno pensare a una fase dove le Mid/Small possono fare meglio. È però importante anche valutare se ci sono altri elementi.

Un elemento a favore di Mid/Small cap è che nel 2026 ci sarà una spinta positiva per i settori cicli dallo stimolo fiscale e dai ribassi dei tassi già effettuati dalla Fed a fine 2025, che favoriscono i settori industriale e dei consumi. Un altro favorevole è che l’attenzione legata all’Intelligenza Artificiale si possa spostare dalle società che hanno portato questa innovazione a quelle che invece la potranno utilizzare.

Un elemento sfavorevole è invece se esiste oggi una selezione avversa per le piccole quotate. I fondi di Private Equity hanno asset notevoli ed è possibile che le quotate siano quelle di minor qualità che questi fondi non comprano.

Secondo Kpmg i fondi di Pe hanno raggiunto un AuM di 2.100 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.800 del 2024. I soli Stati Uniti rappresentano circa la metà di tali asset, ossia 1.100 miliardi. Questo dato si compara con una capitalizzazione di 3,5 trilioni per l’indice Mid e di 1,7 per l’indice Small Cap.

Sicuramente l’impatto della concorrenza dei fondi di Private Equity ha più importanza per le Small rispetto alle Mid. Il primo è infatti un mercato più piccolo e la capitalizzazione media delle società è di solo 4 miliardi. Le Mid sono invece un mercato grande il doppio e con una capitalizzazione media delle società superiore a 12 miliardi.

Questi dati portano a considerare l’effetto dei Private Equity come rilevante per le Small ma meno per le Mid Cap. Il 2026 è iniziato con ottime performance per le Small cap (+5,5% l’indice S&P 600 Small) e le Mid cap (+4,0% l’indice S&P 400 Mid). Ci sono dunque le premesse per vedere il tema continuare a dare buone performance, privilegiando in particolare le Mid cap.

(redatto pre 28-II-2026) © Riproduzione riservata