Un atleta olimpico non vince perché ‘bilancia’ la vita privata. Vince perché è totalmente coinvolto. Ingaggiato. Sostenuto da un ecosistema che funziona. Si sono appena concluse le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, e (quasi) tutti sono stati spettatori del massimo livello di engagement umano: famiglia, staff tecnico, preparazione mentale, disciplina e obiettivi integrati in un unico sistema. Il risultato è misurabile: medaglie.
Stesso palcoscenico globale, reazioni diverse, risultati diversi. I Giochi Olimpici mostrano come federazioni e sponsor possano scegliere tra integrazione e rigidità culturale, e pagarne il prezzo o raccoglierne i frutti.
Francesca Lollobrigida diventa madre nel 2020 con il supporto della sua federazione sportiva e non solo. Riprende ad allenarsi pochi mesi dopo e nel 2022, ai Giochi di Pechino, conquista argento nei 3mila metri e bronzo nei 1500. Successivamente diventa madre per la seconda volta e, a queste Olimpiadi invernali, raggiunge l’apice vincendo l’oro olimpico, confermando che maternità e performance non sono fasi alternative ma parti integrate di uno stesso percorso d’eccellenza. Non ha ‘bilanciato’: ha integrato.
Allyson Felix, una delle atlete più medagliate della storia dell’atletica leggera e icona mondiale dei Giochi Olimpici, torna sul tetto del mondo dopo essere diventata madre nel 2018. Già nel 2019 conquista l’oro ai Mondiali e ai Giochi di Tokyo 2020 (disputati nel 2021) vince l’oro nella 4x 400 e il bronzo nei 400 metri. Nel frattempo rifiuta un taglio del 70% proposto da Nike, denuncia pubblicamente il caso sul New York Times e nel 2021 fonda il proprio brand, Saysh, gareggiando con le sue scarpe. Un ritorno che dimostra come l’engagement personale possa superare qualsiasi barriera culturale.
Quanto è costato a Nike perdere quel talento? Non solo in compensi, ma in reputazione e innovazione, in uno dei segmenti a più alta crescita dello sportswear. Uno studio Gallup, State of the Global Workplace Report 2023, stima che la sostituzione di un dipendente qualificato costi tra il 50 e il 200% del salario annuo. Per i top performer il costo può superare il 200%, considerando perdita di know-how e impatto sul team. Nello sport, l’engagement genera oro. Nel lavoro, invece, cosa genera?
Il 9% del Pil mondiale è in gioco. Secondo lo studio del Gallup, il disengagement costa all’economia globale 8,8 trilioni di dollari l’anno, pari al 9% del Pil mondiale. Se la forza lavoro globale fosse pienamente coinvolta, si potrebbero aggiungere invece 9,6 trilioni di dollari tutti in produttività. Nel 2024, il coinvolgimento globale è sceso dal 23 al 21% (Gallup 2024 update). Era accaduto solo nel 2020. Il dato più critico riguarda i manager: dal 30% al 27%. I manager under 35 hanno perso 5 punti; le donne manager 7 punti.
Gallup evidenzia che le aziende con un alto livello di engagement registrano fino al +23% di redditività. Eppure, in Europa, circa il 38% dei lavoratori dichiara di vivere stress quotidiano, mentre solo una minoranza sperimenta emozioni positive costanti sul lavoro. Stress cronico e scarso benessere emotivo alimentano il disengagement e quindi frenano anche la produttività in misura sensibile. Non sorprende quindi che, secondo lo State of the Global Workplace 2025, ben il 50% dei dipendenti a livello mondiale, e un considerevole 30% in Europa, stia al momento cercando o già valutando un nuovo impiego.
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