Biennale di Venezia viene spesso raccontata come il santuario della sperimentazione artistica. È vero. Ma è una verità incompleta. Perché, fin dalla sua origine, è stata anche un progetto economico, un dispositivo di reputazione e una straordinaria macchina di posizionamento internazionale. La delibera istitutiva è del 1893; l’inaugurazione avviene nel 1895. Venezia, già allora, non cerca soltanto di celebrare l’arte: vuole riaffermare la propria centralità, attirare pubblico, mobilitare stampa, attivare indotto. Non sorprende che la prima edizione superi i 200mila visitatori, favorita anche da biglietti ferroviari speciali comprensivi dell’ingresso. La cultura, dunque, nasce subito come leva di domanda, non come lusso accessorio.
Questo è il primo punto da ricordare quando si parla di Biennale: non fu creata contro il mercato, ma in un rapporto stretto, quasi costitutivo, con esso. Lo dimostra un dato spesso trascurato: la Biennale ebbe per decenni un vero Ufficio vendite, documentato negli archivi storici dal 1895 al 1973. Addirittura, tra il 1942 e il 1968, la promozione delle vendite era affidata anche all’esterno. Il mercato, insomma, era una componente strutturale dell’esposizione. Solo più tardi, con il clima ideologico del Sessantotto, questa dimensione sarebbe divenuta sospetta. Ma all’origine della Biennale vi è già un’intuizione modernissima: l’arte produce prestigio, il prestigio attrae persone e capitali, e questo genera valore per la città e per il sistema che la circonda.
La grandezza storica della Biennale sta però nell’avere compreso, prima di molti altri, che nel mercato dell’arte il valore non coincide mai solo con il prezzo. Prima del prezzo viene la legittimazione. Viene la selezione. Viene il contesto. In questo senso, la Biennale è qualcosa di più sottile e potente di una fiera. È il luogo in cui si riduce l’asimmetria informativa che domina il mercato dell’arte. Collezionisti, musei, gallerie, advisor e case d’asta leggono Venezia come un indicatore anticipato: non ancora il prezzo finale, ma già il suo presupposto reputazionale. Con tutti i rischi, anche manipolatori, che ciò ovviamente comporta.
La grandezza storica della Biennale sta però nell’avere compreso, prima di molti altri, che nel mercato dell’arte il valore non coincide mai solo con il prezzo. Prima del prezzo viene la legittimazione. Viene la selezione. Viene il contesto.
Le edizioni più celebri lo dimostrano con chiarezza. Quella del 1948 fu decisiva perché rimise in circolo le avanguardie europee e riportò al centro del dibattito artisti e linguaggi che la guerra aveva spezzato. I due eventi-simbolo furono la retrospettiva di Picasso e la presentazione della collezione Peggy Guggenheim.
Nel 1964 avvenne poi uno dei passaggi più celebri dell’intero Novecento: il premio a Robert Rauschenberg segnò lo spostamento del baricentro della ricerca pittorica dall’Europa agli Stati Uniti. Non fu soltanto una vittoria artistica; fu un mutamento di leadership culturale, e quindi di leadership di mercato. La Biennale sancì che il nuovo lessico dominante parlava (o, forse, doveva parlare) americano.
Nel 1980, con Aperto ’80, Venezia inaugurò una corsia strutturale per i giovani artisti e per i linguaggi emergenti. Nel 1999, con dAPERTutto di Harald Szeemann e il grande riuso dell’Arsenale come spazio espositivo, assunse invece la forma contemporanea che oggi conosciamo: non più soltanto mostra, ma ecosistema internazionale diffuso, capace di incidere sulla geografia stessa della legittimazione artistica. Anche le edizioni recenti confermano questa funzione. Nel 2022, con Cecilia Alemani, la Biennale ha incluso per la prima volta una maggioranza di artiste donne e persone gender non-conforming e ha chiuso con oltre 800mila biglietti, dato più alto di sempre. Nel 2024 ne sono stati venduti 700mila, con il 59% del pubblico dall’estero. Per il 2026 sono state annunciate 99 partecipazioni nazionali e 31 eventi collaterali: numeri che mostrano come Venezia continui a essere fra i pochi luoghi in cui diplomazia culturale, capitale simbolico e attrazione internazionale si tengono ancora perfettamente insieme.
E il mercato? Il mercato osserva, memorizza e spesso premia. Naturalmente la Biennale non garantisce il successo commerciale di chi vi espone. Ma ne aumenta la credibilità sistemica. Il caso di Rauschenberg resta esemplare: consacrato a Venezia nel 1964, ha raggiunto da Christie’s nel 2019 il record d’asta di 88,805 milioni di dollari. Più vicino a noi, Simone Leigh, Leone d’oro nel 2022 come miglior partecipante alla mostra internazionale, ha stabilito nel 2025 il proprio record a 5,737 milioni di dollari. Non è un automatismo; è un meccanismo di conferma. Prima si entra nel canone, poi, spesso, si entra nella fascia alta del mercato.
È per questo che la Biennale, a oltre 130 anni dalla nascita, continua a essere centrale. Non perché venda direttamente, ma perché attribuisce ciò che il mercato da solo non sa produrre con la stessa autorevolezza: fiducia, gerarchia, riconoscimento. In altre parole, crea valore prima ancora che prezzo. Ed è forse questa, oggi come nel 1895, la sua funzione economica più importante.
© Riproduzione riservata