
Adattarsi non è sottostare al compromesso, ma la dinamica alla base stessa della vita. Un processo chiave nell’evoluzione, che permette agli organismi di modificare le proprie caratteristiche per sopravvivere e riprodursi in ambienti diversi. “Ambienti diversi” sono anche quelli cui si confronta l’architettura odierna: cambiamenti climatici, pressione demografica, disparità economica e sociale, progresso tecnologico. Un mondo alterato, spesso ostile, che spinge a ripensare la pratica progettuale per rispondere con dinamismo e flessibilità alle sfide del presente e del futuro. Non limitandosi a mitigare l’impatto del costruito, ma assumendo un ruolo proattivo e reinterpretando la relazione al territorio con nuove forme di simbiosi. Attingendo alle molteplici forme di intelligenza e promuovendo un’ottica interdisciplinare, dalle scienze alle arti.
Ad aprirsi è anche l’approccio curatoriale dell’Arch. Carlo Ratti, fra i più influenti studiosi nel campo della pianificazione urbana, che ha cercato di andare oltre il format autoriale di una grande mostra internazionale, facendo della Biennale Architettura 2025, affidata alla sua direzione, una piattaforma polifonica di ricerca e confronto che possa generare una reazione a catena. Come? A quattro mesi dall’inaugurazione è il momento per riaccendere i riflettori sull’evento, in programma fino al 23 novembre.

Architetto Carlo Ratti, ancor prima della Biennale Architettura la sua esperienza curatoriale includeva importanti progetti in diverse parti del mondo. Quali nuove sfide ha comportato essere investito di questo ruolo?
È un onore, certo, ma anche una sfida. La Biennale è un po’ un bene comune globale: tante voci, tante urgenze, tutte insieme su un unico palcoscenico. La difficoltà maggiore? Direi coordinare su larga scala. Abbiamo avuto il più alto numero di partecipanti di sempre, oltre 750, e la sfida era tenere un filo curatoriale chiaro senza perdere coerenza. Un ruolo meno da “autore” e più da “direttore d’orchestra”, cercando di dare spazio a molte intelligenze che suonassero insieme.
Come andare oltre il formato di una grande mostra internazionale, trasformando la Biennale Architettura in una piattaforma di incontro e dialogo capace di catalizzare davvero il cambiamento?
Certo, le mostre di architettura possono sembrare formule stanche. Appena un progetto ha i render, li trovi subito su Domus o Dezeen. Allora perché venire a Venezia? Per scoprire un laboratorio: progetti che prendono forma sul posto, che vengono testati in Laguna, che generano discussioni in workshop e residenze. Anche per questo abbiamo creato il programma Gens, centrato sull’interdisciplinarità, e aperto lo Space for Ideas, la call aperta a tutti. Tutti esperimenti essi stessi per far funzionare la Biennale non come una mostra statica, ma come un laboratorio.
Il filo conduttore di questa edizione è l’alleanza tra intelligenze: naturale, artificiale e collettiva. Cosa ci insegna ciascuna di queste forme? E cosa rimane di specificamente umano?
Direi così: l’intelligenza naturale ci insegna la circolarità e la resilienza: pensiamo agli ecosistemi, dove nulla si spreca. L’intelligenza artificiale ci offre percezione su larga scala: sensori, simulazioni, la possibilità di testare scenari prima di colare cemento. L’intelligenza collettiva trasforma le città in progetti co-autoriali, dove si lavora insieme. E l’elemento umano? Le macchine possono simulare, la natura può ispirare, il collettivo può organizzare – ma sono e devono essere gli esseri umani a decidere quali futuri sono desiderabili.

Come si possono trasformare le città esistenti quando i modi di vivere cambiano in fretta, mentre costruire richiede anni?
È complicato. Allora servono strategie diverse: progetti reversibili, gemelli digitali per accelerare i cicli di feedback, urbanismo tattico per testare prima di investire, e strumenti per velocizzare le autorizzazioni. La professione sta cambiando: fluente non solo nella progettazione, ma anche in tante altre discipline, come facciamo vedere a Venezia. Le università si stanno muovendo in questa direzione, ma anche loro dovrebbero fare più in fretta…
In contrasto con un mondo che erige barriere politiche ed economiche, la tecnologia sembra dare un forte impulso a pratiche partecipative, facilitando connessioni, progetti collaborativi, approcci open-source. Lo riscontra anche nella sua pratica progettuale?
È vero – il digitale facilita il collettivo in varie forme. Le resistenze esistono: ma possono essere contrastate con standard aperti, accordi chiari di governance dei dati, e nuovi contratti che riconoscano il valore della co-creazione, non solo della consegna finale. L’apertura e la pluralità hanno plasmato anche il suo approccio curatoriale a questa Biennale: partecipativo e collettivo, ma non anonimo.
Una cosa interessante è che abbiamo accreditato i progetti un po’ come si fa con gli articoli scientifici: elencando contributori di diverse discipline. Molti di quei team si sono formati attraverso lo Space for Ideas, una sorta di open call che, per la prima volta, ha permesso di superare i limiti dell’invito diretto, ampliando enormemente gli orizzonti delle proposte. Sono orgoglioso del mix che ne è scaturito: persone di generazioni diverse, di continenti diversi, con esperienze e stature diverse, che hanno lavorato fianco a fianco. Una cosa non scontata nelle mostre di architettura.

L’ultima sezione della mostra alle Corderie dell’Arsenale, “Out,” offre una prospettiva extraterrestre sul nostro pianeta. Come può aiutare un simile ribaltamento di prospettiva?
Non credo a un Pianeta B. Ma credo che il nostro pianeta cambierà molto sotto la pressione climatica. La tesi centrale della mostra, l’adattamento, è legata a questo: guardare a condizioni estreme nello spazio ci aiuta a prepararci a condizioni estreme sulla Terra. E ci ricorda che la migliore opzione – l’unica opzione – è prenderci cura del pianeta che abbiamo già.
Come presidente della Giuria ha scelto uno dei curatori più influenti del mondo dell’arte, lo svizzero Hans Ulrich Obrist: in cosa rispecchia la sua prospettiva?
Hans Ulrich Obrist incarna una cultura porosa, transdisciplinare: è un convener instancabile, un archivista di idee. Ha una generosità incredibile verso le nuove voci, e una memoria lunga delle mostre passate. Mi sembrava perfetto per una Biennale che vuole dare valore tanto alla continuità quanto alla novità.
Nell’attività progettuale con il suo studio CRA-Carlo Ratti Associati (Torino, New York, Londra) e di insegnamento e ricerca (al Mit, dove dirige il Senseable City Lab, e al Politecnico di Milano) è impegnato sia negli Stati Uniti che in Europa. Quanto differisce sui due fronti la percezione del ruolo dell’architettura?
Certo, i ritmi e le priorità sono diversi. Ma di fronte a eventi con i roghi di Los Angeles o le alluvioni di Valencia sta maturando una consapevolezza simile. Solo la progettazione dell’ambiente costruito ci può aiutare ad adattarci a un pianeta e un clima che cambia.
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