La previdenza è da sempre percepita in Svizzera come un punto fermo: un sistema robusto, fondato sui tre pilastri, che da decenni garantisce protezione e stabilità. Tale modello si trova però oggi a fronteggiare uno scenario nuovo. Un elemento chiave è che lo stesso sistema previdenziale viene vissuto in modo molto diverso da tre generazioni: chi è già in pensione, chi è in procinto di entrarci e chi è invece ancora molto lontano. Comprenderne le dinamiche e i comportamenti può però raccontare molto anche di come stia evolvendo il rapporto tra cittadino e Stato sociale.
Un confronto generazionale. I pensionati attuali, tra i 70 e i 90 anni, hanno molto spesso optato per la rendita vitalizia. Una scelta che, fino a pochi anni fa, assicurava tranquillità e prevedibilità. Oggi, però, l’erosione del potere d’acquisto e il rallentamento nella rivalutazione delle rendite iniziano a metterla in discussione. I pensionandi, tra i 55 e i 65 anni, si trovano di fronte a una decisione: prelevare il capitale, optare per la rendita o scegliere un ibrido. Una scelta che comporta non solo conseguenze economiche, ma anche un carico cognitivo importante e che spesso viene affrontata con spensieratezza.
Infine, i futuri pensionati, tra i 30 e i 50 anni, vivono in una sorta di sospensione. Molti si affidano passivamente ai contributi obbligatori, confidando nel fatto che il sistema continuerà a funzionare. Il rischio non è tanto quello di una scelta sbagliata, ma di non farne alcuna.
Il paradosso della libertà. Publica, l’Istituto federale di previdenza della Confederazione Svizzera, è uno dei maggiori Istituti del Paese, con oltre 69mila assicurati attivi e quasi 42mila beneficiari di rendita (dato 2024), gestendo i beni previdenziali del personale della Confederazione, enti parastatali e organizzazioni affiliate. Secondo lo studio Annuity or Lump Sum?, nel 2023 il 57% degli assicurati ha scelto un prelievo parziale o totale del capitale, contro il 33% nel 2013. Ancora più significativo: la quota di chi ha prelevato il 100% del capitale è passata dal 6 al 20%.
Questa tendenza riflette da un lato il desiderio crescente di controllo, autonomia e trasmissibilità patrimoniale, dall’altro, però, solleva un interrogativo sistemico: molti barattano la sicurezza con la flessibilità, ma con quali competenze?
Un equilibrio che si incrina. A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce la riduzione dell’aliquota di conversione applicata alla parte obbligatoria del II pilastro, scesa dal 7,2 al 6,8%, con prospettive future ancora più contenute. Questo significa che, per la componente obbligatoria, le rendite garantite sono sempre meno appetibili, eppure, per chi non ha un capitale elevato o non è seguito da un esperto è l’unica soluzione.
Ne emerge un sistema previdenziale che offre sempre più libertà ma sempre meno guida, che garantisce opzioni ma non soluzioni e che affida al singolo la responsabilità di scelte critiche. In questo scenario, la personalizzazione delle strategie previdenziali non è più un’opzione, ma una necessità. Una responsabilità seria, specie per chi ha patrimoni rilevanti.
La previdenza, oggi, non è più una procedura amministrativa. È una scelta patrimoniale, fiscale e strategica, che come tale richiede metodo, consapevolezza e visione. Per chi dispone di mezzi significativi, il pensionamento rappresenta un crocevia decisivo, in cui si intrecciano obiettivi successori, valutazioni fiscali e nuove prospettive di vita. E, con il decisivo coordinamento di fiscalisti, esperti previdenziali e gestori patrimoniali, diventa possibile affrontare questo passaggio in modo strutturato e lungimirante.
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