
Ci voleva una grande immaginazione e un enorme coraggio per provare a costruire dal nulla un’auto sportiva alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. L’Europa era distrutta, dopo il secondo conflitto mondiale, e faceva fatica a risollevarsi dopo il breve entusiasmo per la riconquista della pace e della libertà. Gli anni del boom economico erano ancora lontani e si pensava soprattutto ai bisogni primari. Solo due uomini visionari come Enzo Ferrari e Ferdinand Porsche ci riuscirono. Cominciando con strutture minime e pochi mezzi intrapresero strade molto diverse, entrambe di successo planetario, accomunate dall’idea di costruire l’auto sportiva migliore del mondo. Porsche partì dall’esperienza come progettista Volkswagen per realizzare una vettura leggera e performante che vide la luce nel 1948 con la sigla 356 e che rimase in produzione fino al 1964, anno di arrivo della 911. Dotata di un piccolo motore di 1.1 litri con soli 35 Cv di origine Vw, la gamma si sviluppò rapidamente con propulsori propri e meccaniche sempre più raffinate, fino a raggiungere i 130 Cv nella versione 2 litri della 356 Carrera Gs.
Oltre alle varie versioni decapottabili, sempre presenti in catalogo, che hanno avuto da subito grande successo, fu la coupé a segnare l’arrivo di alcune soluzioni di stile che possiamo trovare ancora oggi nella linea delle attuali Carrera. Pensiamo ai parafanghi anteriori bombati e spioventi con i fari integrati oppure alla curvatura dei vetri laterali posteriori per finire con il look della coda, corta e rastremata, così sportiva e immediatamente riconoscibile.
Dopo un inizio caratterizzato da una produzione artigianale nel piccolo stabilimento delocalizzato a Gmund (Austria), dove tuttora esiste un piccolo ma interessante museo storico, furono inaugurati gli stabilimenti di Stoccarda che meglio rispondevano alle esigenze di un successo in rapida crescita.
La 356 piacque moltissimo anche all’estero, dove divenne un’auto simbolo di sportività e affidabilità, guidata da uomini e da donne. Max Hoffman, mitico importatore del marchio negli Stati Uniti, ne intuì il potenziale straordinario per il pubblico americano, e californiano in particolare, contribuendo tra l’altro alla creazione del modello Speedster, ancora più spartano ed essenziale, che oggi è in cima alla lista dei desideri dei collezionisti del marchio.
La 356 piacque moltissimo anche all’estero, dove divenne un’auto simbolo di sportività e affidabilità, guidata da uomini e da donne. Max Hoffman, mitico importatore del marchio negli Stati Uniti, ne intuì il potenziale straordinario per il pubblico americano, e californiano in particolare, contribuendo tra l’altro alla creazione del modello Speedster, ancora più spartano ed essenziale, che oggi è in cima alla lista dei desideri dei collezionisti del marchio. Tante le star di Hollywood che la scelsero come simbolo di sportività e libertà, così agile e scattante, lontana anni luce dalle enormi vetture americane. La concessionaria di Los Angeles divenne punto di incontro non solo per James Dean, pe il quale fu purtroppo fatale un tragitto con la versione da corsa 550 Spyder, ma anche per cantanti rock come Janis Joplin che la volle dipingere con una fantastica livrea psichedelica.
In Europa il numero dei clienti crebbe continuamente grazie anche ai successi sportivi riportati nelle gare più importanti, dalla ‘24 Ore di Le Mans’ fino alla ‘Mille Miglia’ dove le 356 vincevano spesso nella loro categoria. Persino il presidente della Repubblica Francese, George Pompidou, ne volle una, personale, di colore grigio scuro pastello. Elegantissima. Oggi, dopo sessant’anni dalla sua cessata produzione, la Porsche 356 ha raggiunto l’Olimpo delle auto più rappresentative della storia; con la sua linea intramontabile, rimane una delle vetture più amate da collezionisti e appassionati del marchio che, come ogni anno in un Paese diverso, si sono ritrovati a fine maggio nella splendida cornice della riviera romagnola per il 50° Meeting Internazionale Porsche 356. Vedere ben 261 vetture di ogni versione e colore, provenienti da ogni parte del mondo, ‘invadere’ le vie di Milano Marittima e il paddock del circuito di Misano Adriatico è stata un’incredibile emozione. Tante targhe e tante lingue diverse accumunate tutte da un’unica cultura automobilistica e dalla stessa idea di auto sportiva che fece scattare la scintilla dell’immaginazione di Ferdinand Porsche quasi ottanta anni fa.
testo e foto di Marco Betocchi
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