TM    Febbraio 2026

Libertà messa a tacere

I poteri statali e sovranazionali si dimostrano sempre meno disponibili a garantire ai cittadini il diritto di esprimere liberamente le loro idee, per contrastare la “disinformazione”. L’Opinione di Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.

Stelio Pesciallo

di Stelio Pesciallo

Avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano

Uno dei diritti inalienabili dell’uomo fondati sul diritto naturale, oltre a quello della vita e della proprietà, è il diritto della libertà di pensiero e di parola. Capisaldi delle norme costituzionali di cui si sono dotati gli Stati moderni, questi diritti sono contenuti in tutte le Carte Costituzionali.

Una recente vicenda, di cui malauguratamente poco hanno riferito i media svizzeri, ha messo in evidenza una grave lesione del diritto di espressione a opera degli organi dell’Unione europea, con la connivenza delle nostre autorità federali. Vittima, il cittadino elvetico Jacques Baud, ora residente a Bruxelles, già colonnello dello Stato maggiore del nostro esercito, attivo in organismi della stessa Nato e dell’Onu e pubblicista di fama mondiale, autore di opere e interventi di analisi sui moderni conflitti tra cui quello ucraino.

Lo scorso dicembre, l’Ue lo ha sanzionato con il divieto di entrare e circolare negli Stati membri e con il blocco di tutte le sue disponibilità finanziarie, misura questa che comprende anche il divieto a terzi di intervenire in suo favore con aiuti di natura finanziaria. Essenzialmente  il motivo della sanzione è di essere propagandista delle tesi russe sulla guerra, di aver diffuso tesi complottiste e pertanto di aver messo in pericolo la stabilità e la sicurezza dell’Ucraina. Nel merito le accuse sono infondate, in quanto Baud non ha mai partecipato a trasmissioni o pubblicazioni di media russi, nelle sua analisi si è sempre attenuto a fonti occidentali e ucraine e sulla base delle stesse ha analizzato gli avvenimenti in corso in quel paese, analisi che evidentemente non sono piaciute a chi sostiene unilateralmente le tesi propagandistiche ucraine. Ma anche se Baud avesse adottato ed espresso unilateralmente le tesi russe sul conflitto, egli non avrebbe fatto altro che esprimere il suo pensiero, in ossequio ai principi garantisti di cui sopra e senza avere violato alcuna norma penale.

Questa misura liberticida è stata adottata unilateralmente dall’Ue a completa insaputa dell’interessato che l’ha appresa da un organo di stampa, senza quindi che gli sia stata concessa la facoltà di fare conoscere il suo punto di vista né di potersi quindi difendere davanti all’istanza all’origine della misura e a istanze superiori, procedura questa prevista in tutti i codici di uno Stato liberale e democratico. Grave e preoccupante è che questa misura sanzionatoria, che si inserisce nelle altre sanzioni emanate dall’Ue contro Stati e individui, non ammette alcuna ordinaria possibilità di ricorso presso gli organismi giudiziari dell’Ue, salvo, probabilmente, l’intervento presso la Corte Europea dei Diritti dell’uomo.

Una recente vicenda, di cui malauguratamente poco hanno riferito i media svizzeri, ha messo in evidenza una grave lesione del diritto di espressione a opera degli organi dell’Unione europea, con la connivenza delle nostre autorità federali. Vittima, il cittadino elvetico Jacques Baud, ora residente a Bruxelles, già colonnello dello Stato maggiore del nostro esercito, attivo in organismi della stessa Nato e dell’Onu e pubblicista di fama mondiale, autore di opere e interventi di analisi sui moderni conflitti tra cui quello ucraino.

Ma ancora più preoccupante è che questa misura sia stata adottata con la connivenza sia del Dipartimento federale degli Affari esteri e delle ambasciate svizzere in Belgio e presso l’Ue, sia del Dipartimento federale della difesa. Risulta inequivocabile che questi due dipartimenti erano informati della misura che sarebbe stata adottata dall’Unione europea e che ciò nonostante non hanno avanzato obiezione alcuna e nemmeno sembrerebbe che il Consiglio federale sia stato informato dai responsabili di questi dipartimenti. Ma quello che è ancora più grave è che, a posteriori, nessuno di questi organi né tanto meno le citate ambasciate svizzere in Belgio abbiano reagito positivamente alle richieste di assistenza avanzate dal cittadino svizzero Baud.

A questa emblematica vicenda si aggiungono discutibili prese di posizione in materia di libertà di opinione espresse in “Rapporti sulla sicurezza” e in un recente discorso del Capo del Dipartimento della difesa. Nei recenti “Rapporti sulla sicurezza” pubblicati annualmente dal Consiglio federale viene lamentato che anche il nostro paese sarebbe vittima di campagne di disinformazione, alias espressione di idee che non sarebbero compatibili con la dottrina dei servizi di informazione occidentali pedissequamente adottata anche dalle nostre autorità federali. E in tempi recenti, al fine di combattere questa presunta “disinformazione”, veniamo a sapere che il nostro governo federale intende adottare una “strategia” volta a combatterla, in particolare influendo sui programmi di educazione della gioventù, intervenendo sulla regolamentazione di mezzi di comunicazione come X e istituendo un gruppo di lavoro interdipartimentale sulle presunte attività di influenza e di disinformazione, per elaborare misure preventive e di lotta contro le stesse. In poche parole staremmo andando incontro a un nuovo “dipartimento della verità” di orwelliana memoria al fine di combattere la libertà di pensiero e di parola.

Un’ulteriore conferma di queste intenzioni si ha leggendo il discorso pronunciato a inizio di gennaio di quest’anno dal Consigliere federale Pfister davanti all’Associazione svizzera degli editori dei media con il quale viene manifestamente chiesto ai nostri media che si allineino senza sé e senza ma alle versioni governative nel presentare fatti e commenti.

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