Anni fa lessi con interesse il saggio di Sarah Thornton Seven days in the art world. Il libro è suddiviso in sette capitoli, ciascuno ambientato in un contesto diverso del sistema dell’arte contemporanea. L’autrice – sociologa e giornalista – esplora sette ‘microcosmi’ per rivelare i meccanismi sociali, economici e simbolici che regolano il mondo dell’arte. Thornton adotta uno stile da etnografa del contemporaneo: osserva, ascolta, annota, senza giudizi espliciti, mostrando come il valore dell’arte venga costruito attraverso reti di potere, reputazione e narrazione più che attraverso criteri estetici assoluti.
Il mese di ottobre di ciascun anno dà avvio alla ‘nuova’ stagione: si susseguono aste, fiere, mostre importanti un po’ in tutto il mondo. Nel giro di pochi giorni, l’analisi della Thornton può essere vissuta tra Londra, Parigi e New York, solo per citare le piazze principali.
Si parte dalla capitale britannica, con la fiera di Frieze London e Frieze Masters, che si tiene sotto delle tensostrutture montate nella cornice suggestiva e un po’ regale di Regent’s Park dal 15 al 19 ottobre 2025, e con le cosiddette “London Sales” da Christie’s e Sotheby’s, per poi passare alla Ville Lumière con Art Basel Paris dal 22 al 26 ottobre 2025 sotto le cupole dei padiglioni del Grand Palais, recentemente rinnovato, e l’importante retrospettiva dedicata a Gerhard Richter presso la Fondation Louis Vuitton (fino al 2 marzo 2026).

Si prosegue poi con Torino, a fine ottobre/inizio novembre 2025 con Artissima, la fiera di arte contemporanea italiana dal tono internazionale, e si giunge a metà novembre alle aste di New York. Senza dimenticare che anche in Asia gli eventi si accavallano incessantemente.
L’impressione che ho maturato nel corso degli anni, in particolare quando viaggiavo molto, è di un immenso “carrozzone” che si sposta di città in città, con gli stessi riti, le stesse dinamiche e, in ultima analisi, gli stessi protagonisti. Il tutto condito da una serie sterminata di eventi collaterali, più o meno ufficiali, da feste esclusive (o presunte tali), dove conta apparire più che essere. Mi ritorna alla mente, in particolare, un pranzo di qualche anno fa a Basilea insieme a un collezionista, sotto il tendone del ristorante della Kunsthalle gremito all’inverosimile (come si può vedere, i tendoni tornano sovente nella narrazione del mercato dell’arte, segno della sua precaria ed effimera presenza). Il collezionista mi disse: “Vedi quanta gente? Beh, considera che le persone che fanno il mercato le puoi contare sulle dita di una mano”.
Ma è davvero così?
La risposta non può che essere affermativa. Oggi il mercato dell’arte contemporanea è governato da pochi protagonisti, siano essi le case d’asta principali, le gallerie più importanti (le cosiddette “mega-galleries”), le istituzioni pubbliche e, soprattutto, private più autorevoli. Essi cannibalizzano il mercato, accaparrandosi gli artisti che vanno per la maggiore, le opere più importanti, facendo o disfacendo carriere, creando o distruggendo ricchezza. Ὀδοῦσι καὶ ὀνύξι ἐφύλαττον: lo custodivano (ovviamente il mercato) con le unghie e con i denti!
In ultima analisi il tema è spesso legato al potere e al denaro. Quando ci si avvicina al mercato dell’arte occorre dunque ben avere presente questa situazione, che nulla o poco ha a che vedere invece con il valore culturale di artisti e opere d’arte. In altri termini, il mercato dell’arte è un mondo a sé, celebrativo di sé e assolutamente autorefenziale, famelico di novità da poter far fruttare o sfruttare, le cui dinamiche restano spesso opache all’esterno. Occorre sempre ricordare che solo il tempo sancisce in modo inesorabile il reale valore culturale, talora seguito dal riconoscimento economico, di un artista o di un’opera d’arte.
Pertanto, chi si vuole avventurare in questo affascinante e magnetico teatro di vanità luccicanti e dorati miraggi, a maggior ragione se investitore, è invitato a riflettere sulle dinamiche sottostanti il funzionamento del mercato, senza limitarsi all’apparenza, prima di impegnare somme di denaro, magari considerevoli, in un’opera piuttosto che in un’altra.
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