
Le aspettative erano elevate: i progetti espositivi della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati hanno abituato a mostre di qualità altissima: non solo per il valore delle opere presenti e dell’approfondimento curatoriale, ma ancor prima per l’originalità dell’intuizione critica che ne è alla base e, punto d’arrivo, per la pregnanza dell’allestimento chiamato a darne conto.
Ancora una volta tutto è confluito alla perfezione in un’esposizione che, insieme a quelle dei due anni precedenti, compie un trittico di confronti esemplari fra protagonisti delle avanguardie del XX secolo. L’esercizio non è banale: affiancare due artisti può portare a forzature tanto dal punto di vista concettuale, quanto nella gestione dello spazio espositivo. Anno dopo anno, le scelte hanno sempre saputo convincere, a partire dai suggerimenti di Danna Olgiati, questa volta ancor più sagace: se l’affinità fra Balla e Dorazio, protagonisti nel 2023, era acclarata dalle loro ricerche sulla luce, mentre i grandi amici Klein e Arman attendevano la realizzazione della mostra mancata in vita che ne mettesse in dialogo le complementari poetiche del Pieno e del Vuoto, invece i nomi di Enrico Prampolini e Alberto Burri, al centro dell’attuale appuntamento, non vengono di solito accostati.
Sebbene abbiano coabitato per un decennio nella Roma di metà Novecento, non ci sono tracce di particolari frequentazioni. Entrambi, pur seguendo traiettorie autonome e approdando a esiti formali e concettuali distanti, hanno però rinnovato profondamente il linguaggio pittorico attraverso l’uso di materiali non convenzionali, proponendo due approcci fra i più interessanti e maturi, che idealmente coprono l’intero arco del secolo. Il discorso è infatti centrale per tutta l’arte del Novecento, inaugurato, come molte strade, da Picasso che nel 1912, per comporre la sua Nature morte à la chaise cannéee, al colore sostituiva corda e tela cerata. Se oggi è acquisito l’uso di qualsivoglia medium, allora rimpiazzare la realtà dipinta con la realtà della materia rappresentava una totale sovversione delle norme. Due anni più tardi, Enrico Prampolini (Modena 1894 – Roma 1956) già dimostrava di sintonizzarsi sulla portata di quella rivoluzione con il suo primo assemblaggio, Béguinage (fra le chicche in mostra): tessuto, pizzo, piume applicati su una superficie di legno, anticipazione dei successivi lavori polimaterici (e, ancor prima, del dadaismo).
Cresciuto nell’alveo di un futurismo che ben si prestava alle sue eclettiche sperimentazioni, alla fine degli anni Venti Prampolini si distacca dall’arte meccanica per evolvere in direzione di un idealismo cosmico nutrito di forme organiche e partiture geometriche, sua sintesi originalissima fra le istanze surrealiste e gli afflati misticheggianti dei pittori astratti-concreti, frequentati a Parigi dove risiede dal 1925 al 1937. Una capacità di guardare e farsi guardare oltre le frontiere nazionali che fa di Prampolini l’avanguardista degli avanguardisti italiani, costantemente in contatto con le ricerche più interessanti del suo tempo. Un incessante rinnovamento che spinge fino alla rarefazione estrema delle ultime opere, di cui dà conto in mostra la stupefacente Composizione S 6: zolfo e cobalto, realizzata un anno prima della morte, affidando il suo polimaterismo alla materia grezza.
Un artista che Danna Olgiati molto ha approfondito nella sua carriera di gallerista, diventandone fra le massime esperte e che non poteva che imporsi fra le passioni di Giancarlo, facendo della loro Collezione un punto di riferimento internazionale. Così come lo è per l’Arte Povera, che ha nella lezione di Alberto Burri (Città di Castello 1915 – Nizza 1995) un suo fondamentale precursore. Contrapponendosi con la sua poetica radicale al gusto evocativo di Prampolini, ne costituisce un perfetto contraltare indicando un’altra possibile via per rapportarsi all’elemento materico: non più assunto a metafora, ma portato al grado zero della rappresentazione.
Sin dal primo sguardo, la tensione drammatica dell’opera di Burri risulta esplosiva. Con il suo senso immediato della realtà, rifuggendo alle teorizzazioni invece care a Prampolini (un notevole contributo viene dal suo manifesto Arte polimaterica (verso un’arte collettiva?) del 1944), lo sfuggente ed eversivo Burri parla attraverso i suoi lavori, come unica forma di espressione possibile dopo l’annichilamento del secondo conflitto mondiale. Giovane ufficiale medico, deportato dagli alleati in un campo di lavoro in Texas, si era convertito alla pittura durante la prigionia. Anche lui metabolizza e rielabora: non solo il trauma personale, ma anche la grande tradizione rinascimentale che gli recava in dote la sua terra, Città di Castello, e cruciale, il breve soggiorno a Parigi nel 1948 con cui prende avvio la sperimentazione dei materiali extra-pittorici. Catrame, pietra pomice, vinavil, sacco, segatura, stoffa, corda, sabbia, stoppa, porporina argentea, gesso e olio, vinavil, cellotex, oro… lavoro dopo lavoro, stagione dopo stagione, esplorati nelle loro proprietà cromatiche e fisiche, attraversati e aggrediti dalla sua urgenza espressiva (e anche letteralmente, con le combustioni che porterà avanti per oltre un ventennio), sostanziano con la viscosità del vissuto e la concretezza delle loro forme la ricerca di uno “squilibrato equilibrio” spaziale.
Sfida nella sfida, concepire un allestimento per presentare le ricerche sulla materia dei due artisti rispettandone le identità distinte e trasmettendo la tensione etica del loro impegno. Come per le due mostre precedenti, anche qui, l’architetto Mario Botta è stato coinvolto fin dai primi passi, in stretto dialogo con i due curatori, gli storici dell’arte Gabriella Belli e Bruno Corà, esperti rispettivamente di Enrico Prampolini e Alberto Burri (della cui Fondazione, essenziale per la realizzazione delle mostra, Corà è anche presidente). Se per Balla e Dorazio la sfida era stata avvicinare opere di scala dispari, mentre per Klein e Arman occorreva creare un contrappunto misurato fra la spiritualità dell’essere e l’accumulazione dell’avere, in questo caso bisognava capire come gestire in uno spazio comune presenze contraddittorie.
Pur impiegando lo stesso modulo espositivo già adattato in precedenza, la soluzione proposta tiene questa volta nettamente separati i due artisti, presentati in sequenza, con un risultato di grande impatto, scandito da registri cromatici opposti: il visitatore percorre una prima navata dedicata alle opere futuriste e polimateriche di Prampolini, allestite su pareti bianche, dove si incontrano assoluti capolavori come Intervista con la materia del 1930, opera che inaugura la straordinaria fase visionaria e cosmica della sua produzione. Facendo inversione di rotta, si apre la seconda navata, lungo la quale lavori rappresentativi dei principali cicli di Burri si stagliano con inusitata forza su pareti completamente nere: da Catrami e Sacchi degli anni Cinquanta alle Combustioni: Legni e Ferri e le Plastiche degli anni ’60, serie che impiegano il fuoco, fino alla progressiva esemplificazione degli aspetti formali con i Cretti (acrovinilici) del decennio successivo e i Cellotex, degli anni ’80-’90, prosaico composto ligneo usato in ambito industriale che, lavorato da Burri, arriva a esprimere le dimensioni del silenzio, del buio, dell’assenza, del vuoto, ma anche del pieno. Nuove coordinate estetiche che influenzeranno alcune delle ricerche successive più avanzate, d’altronde sin dagli anni Cinquanta forte è stata la proiezione internazionale dell’artista con personali in città americane ed europee.
In totale circa 50 capolavori, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private internazionali, oltre che da quella di casa. Estremamente efficace nella sua essenzialità, lo spazio espositivo radicale progettato da Mario Botta rivela la visione di chi è maestro dello spazio sacro. Non è una contraddizione evocarlo in una mostra “Della Materia”. Perché, seguendo l’orbita che si inanella nel parallelepipedo della sede della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, a emergere con evidenza è proprio la capacità della vera Arte, attraverso “pezzi di realtà”, di rendere tangibile l’essenza, interpellando l’uomo di ogni tempo.
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Prampolini Burri
Della Materia
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati
Giovedì – domenica: 11:00 – 18:00
lngresso gratuito
Fino all’11 gennaio 2026





![Alberto Burri, "Nero e Oro", [1993]](https://www.eidosmedia.ch/wp-content/webp-express/webp-images/uploads/2025/10/burri-nero-oro.jpg.webp)



