TM    Marzo 2026

Errori di lettura?

I mercati stanno davvero prezzando correttamente il rapido mutamento degli equilibri geopolitici degli ultimi anni? Quali opportunità si stanno aprendo, e come intercettarle? Un’analisi di Darya Granata, Investment Advisor di Raiffeisen Svizzera.

Darya Granata

di Darya Granata

Investment Advisor di Raiffeisen Svizzera.

Il primo anno del Trump II si è ormai concluso, ma se si potrebbe rivelare affrettato fare bilanci, qualche semplice somma potrebbe risultare interessante, mettendo in luce aspetti inediti anche rispetto alle precedenti Amministrazioni, democratica (Biden) e repubblicana (Trump I). Su tutti si segnala un dato indiscutibile, in poco più di 12 mesi, l’insediamento era avvenuto il 20 gennaio, il prezzo dell’oro è quasi raddoppiato (+95%), e nelle prime settimane del nuovo anno ha proseguito la sua corsa, al netto di qualche turbolenza. Parallelamente in un anno il biglietto verde ha quasi il 13% sul franco, il che spiega una parte della parabola del metallo giallo, e oltre l’11% rispetto all’euro. Ma quali ne sono le cause?

In estrema sintesi sono gli effetti dell’accelerato processo di disgregazione dell’ordine mondiale originatosi durante la II Guerra Mondiale, e che nel corso dei decenni successivi aveva garantito un quadro politico ed economico stabile durante il quale vincitori e vinti del conflitto avevano prosperato. L’attuale inquilino della Casa Bianca non è sicuramente l’unico responsabile di tale fenomeno, che va contestualizzato in un arco temporale molto più ampio, ma certamente si è messo d’impegno, e per l’appunto qualche risultato l’ha già portato a casa.

Il crollo del dollaro (tra i desiderata del Presidente), e l’impennata dell’oro sono i due più manifesti indicatori di un’inversione molto netta di tendenza di un mondo che se nei decenni era andato globalizzandosi, oggi vede nella deglobalizzazione la sua nuova protagonista. Gli investitori non sono più interessati a detenere grandi quantità di dollari, a fronte di una situazione politica americana particolarmente ondivaga, e sono ormai anni che le Banche Centrali stanno dedollarizzando le loro riserve ufficiali. Eclatante il caso cinese, ma non isolato; se Pechino sino a pochi anni fa deteneva oltre 1,1 trilioni di dollari in Treasury statunitensi, sul finire del 2025 questa quota era già scesa a 688 miliardi, con una ormai manifesta tendenza ribassista.

Come contropartita è iniziata la caccia all’oro, il cui prezzo non accenna a frenare, salvo pause temporanee e limitati ritracciamenti.

Corre l’oro, scende il dollaro, inevitabilmente sale il rendimento dei Treasury, nonostante i tagli (seppur ancora modesti) della Fed, soggetta a inedite pressioni politiche, e nel mezzo di un delicato passaggio di testimone tra l’attuale Governatore, e il successore designato. Gli investitori pretendono ora un premio al rischio più alto, situazione abbastanza frequente nelle cronache degli ultimi decenni, ma meno negli Stati Uniti grazie al suo status speciale, e questo sta creando non pochi grattacapi proprio a Washington. Già nel 2025, si stima, il 20% delle entrate federali è stato destinato al servizio del debito rispetto al 3% della Germania, e all’1% della Svizzera.

Allo stato attuale sembra probabile i mercati stiano ancora prezzando solo marginalmente la portata dei cambiamenti geopolitici in atto, che nei prossimi anni dovrebbero portare a una revisione significativa degli equilibri mondiali. La progressiva perdita di fiducia negli Stati Uniti, e dunque anche nel dollaro, sarebbero solo la punta di un iceberg ancora difficile da immaginare. Al contempo si stanno aprendo nuove opportunità, ad esempio nelle infrastrutture, in parte anche a causa del processo di deglobalizzazione, e al ritorno di molte aziende in patria. Questo potrebbe spingere a pensare che l’inflazione possa tornare a essere una presenza costante, con tutte le implicazioni che questo comporta.

(redatto pre 28-II-2026) © Riproduzione riservata