
L’attenzione del MEG – Musée d’ethnographie de Genève alle questioni di sostenibilità e responsabilità sociale è stata formalizzata in modo strutturato a partire dal piano strategico 2020-24, sotto la guida del mio predecessore, Boris Wastiau. In questa prima fase ci si è focalizzati essenzialmente sulla dimensione ambientale, con l’obiettivo di misurare e ridurre l’impronta ecologica del museo. Da un’analisi approfondita abbiamo constatato che il MEG già attuava alcune buone pratiche, come il riutilizzo e il riciclo dei materiali espositivi, senza tuttavia averle mai inserite in una cornice concettuale esplicita.
Lo slancio iniziale ha progressivamente assunto una portata più ampia grazie al lavoro di Cendrine Hostettler, allora assistente di direzione e oggi al 100% dedicata alla Responsabilità Sociale delle Organizzazioni (RSO). In collaborazione con un’esperta a Ginevra, Delphine Avrial, è stato sviluppato un sistema di indicatori e uno standard normativo adatto alle istituzioni culturali, che ha permesso al MEG di sottoporsi a un primo audit e di conseguire il label internazionale THQSE: primo museo europeo e prima organizzazione svizzera a ottenerlo. Da allora, la RSO è diventata per noi un approccio sistemico, che integra dimensione ambientale, sociale e governance, rispecchiato dalla nuova Strategia 2030.

Temi come la decolonizzazione e la sostenibilità socio-ambientale sono al centro della visione del MEG – Musée d’ethnographie de Genève, che affronta le principali questioni sociali e ambientali a livello globale. Fondato dalla Città di Ginevra nel 1901, conserva collezioni le cui origini risalgono anche a due secoli prima: complessivamente oltre 75mila oggetti e 200mila libri e documenti, che lo mettono in relazione con le culture dei cinque continenti. Simbolo della sua unicità, l’edificio in cui ha sede dal 2014, è diventato un’icona architettonica della città.
Indubbiamente, essere un museo di etnografia ha favorito il nostro impegno. È ormai almeno dagli anni Ottanta che i musei di etnografia sono chiamati a confrontarsi con la propria storia, con le modalità di costituzione delle collezioni e le loro comunità di origine. A differenza di un museo di storia naturale, noi dialoghiamo direttamente con i discendenti di chi ha creato gli oggetti conservati: ci pongono domande non solo su come ne siamo entrati in possesso, ma anche sul loro statuto, talvolta considerandoli antenati o entità inscindibili dal contesto umano e naturale di origine e non oggetti inerti. Proprio questo confronto costante ci dimostra che questioni ambientali e sociali sono interdipendenti. Tutto è intrecciato. E la RSO rappresenta il metodo di lavoro che ci permette di affrontare in modo strutturato una realtà complessa e interconnessa.
Sul piano curatoriale, se in passato l’accento era posto prevalentemente sulla funzione e sull’uso rituale degli oggetti, oggi il museo si interroga su ciò che è avvenuto nel momento in cui sono stati sottratti al loro contesto. Un lavoro di ricerca che viene svolto sempre più spesso coinvolgendo i discendenti delle comunità d’origine. Ne emerge una doppia narrazione: da un lato la storia museale dell’oggetto, dall’altro quella della sua assenza dove è stato creato. Le mostre diventano così il momento in cui tradurre in parole e nello spazio queste informazioni, ma non sono che il tassello di una ricca programmazione culturale fatta di incontri, conferenze, spettacoli e dibattiti, che permettono di collegare passato e presente.
La risposta del pubblico a questo approccio è diversificata. Una parte dei visitatori chiede esplicitamente che il museo affronti questioni legate al colonialismo o alla provenienza delle collezioni, soprattutto in seguito al movimento Black Lives Matter. Altri, invece, avvertono una certa saturazione, oppure lamentano una rilettura anacronistica della storia. Il museo si colloca consapevolmente in questa zona di tensione, considerandola parte integrante del dibattito pubblico. Non sempre tutto funziona come si era immaginato: può capitare che malgrado l’impegno a essere il più imparziali possibile, alcuni visitatori percepiscano dei bias nel modo in cui presentiamo gli oggetti o scriviamo i testi di sala. Siamo quindi chiamati costantemente a metterci in discussione e imparare.
Oggi condividiamo la nostra esperienza RSO mettendo a disposizione di altre istituzioni risorse e metodologie. In questi ultimi cinque anni ho visto emergere moltissime iniziative da parte di tutte le istituzioni comunali. Un impegno sostenuto dalla Città di Ginevra e dal Cantone, che ad esempio hanno dichiarato l’emergenza climatica nel 2019. Anche a livello svizzero e internazionale, tanti colleghi si pongono molte domande e cercano soluzioni. A fare la differenza è però la presenza di attività di coordinamento tra le istituzioni: attraverso associazioni museali nazionali o direttive cantonali o statali, a seconda dei paesi. Solo quando c’è un allineamento tra volontà politica, visione delle istituzioni culturali e persone impegnate sul campo, le buone pratiche possono prendere forma. Altrimenti i progetti si esauriscono rapidamente. La RSO implica infatti veri cambiamenti nelle pratiche professionali, si basa sul confronto, su un continuo adattamento per assicurarsi che tutti parlino la stessa lingua. Il che richiede tempo.

Nel 2024 abbiamo ricevuto anche la certificazione EcoEntreprise, standard svizzero di riferimento per lo sviluppo sostenibile e la responsabilità sociale d’impresa, inoltre siamo accreditati Swisstainable III leading, livello più esigente del programma di sostenibilità di Svizzera Turismo. Sforzi che continueremo a monitorare con appositi indicatori. Altri progetti in corso riguardano la riduzione dei consumi energetici per la climatizzazione, la mobilità dei visitatori e l’inclusione di persone con disabilità e minoranze.
La nostra visione si fonda sull’idea che un’istituzione culturale sia radicata in un territorio: ne è nutrita e, a sua volta, lo nutre. Per questo è essenziale lavorare con le associazioni locali e i residenti, senza creare steccati. Allo stesso modo, sono fondamentali collaborazioni con altri musei, ad esempio come tra il 2020 e il 2024 con il progetto finanziato dell’Ufficio federale della cultura per una ricerca fra 8 musei svizzeri sulla provenienza di oggetti saccheggiati a fine Ottocento dal Regno di Benin City, in Nigeria.
Non da ultimo, la strategia RSO del MEG – Musée d’ethnographie de Genève si estende alla qualità della vita lavorativa dei nostri dipendenti, attraverso programmi di formazione continua, misure di adattamento nei periodi di canicola e un lavoro su valori e cooperazione tra i team, per rispecchiare al nostro interno ciò che vorremmo vedere realizzato nella società.
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