Se l’arte ha sempre trovato nella natura una delle sue fonti di ispirazione più generose, in cui rispecchiare tanto il sublime del divino quanto gli abissi dell’interiorità, a volte sono anche le istituzioni museali a uscire dai propri edifici per instaurare un dialogo diretto con il paesaggio circostante. Non installazioni temporanee, ma una scelta strutturale: collezioni en plein air. Nei parchi di sculture le opere non sono semplicemente esposte in una cornice verde, ma continuamente rinnovate dall’interazione con la natura cangiante che le circonda, ridefinendo il concetto stesso di collezione permanente.
Alle soglie dell’estate, questi luoghi si rivelano nella loro dimensione più intensa. Diversi per scala, geografia, storia e missione, i quattro esempi delle prossime pagine testimoniano come dietro si celi una macchina organizzativa complessa: curatori, restauratori, tecnici, giardinieri, botanici in sinergia per preservare le opere esposte agli agenti atmosferici, alle escursioni termiche e a un rapporto con il pubblico inevitabilmente più spontaneo. Una sfida gestionale che impone nuove competenze e modelli di collaborazione.
Scoperte oltre i sentieri battuti

Con oltre 25 ettari di superficie e una collezione permanente di più di 200 opere, il parco di sculture del Kröller-Müller Museum, nel cuore del Parco Nazionale De Hoge Veluwe, vicino a Otterlo, è fra i maggiori in Europa. Il suo sviluppo non era parte del disegno originale della fondatrice, Helene Kröller-Müller, che donò la sua collezione allo stato olandese a patto che fosse costruito un grande museo. «Sebbene avesse acquistato tutti i terreni su cui siamo ancora insediati e vi avesse già collocato alcune sculture della sua straordinaria collezione, se ne serviva più che altro come sorta di “punti di orientamento” nella sua ampia tenuta», ricorda il direttore Benno Tempel.
La svolta è avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale: portare l’arte all’aperto significava allora offrire alle persone un’esperienza condivisa per ritrovare fiducia nell’uomo e nella ricostruzione dell’Europa. L’aggiunta di una galleria interna dedicata alla scultura, con gigantesche vetrate affacciate sul parco nazionale, ha innescato un dialogo visivo tra interno ed esterno che ha cambiato la vocazione del museo: il nuovo direttore iniziò a interessarsi sempre più alle sculture, collocandone sistematicamente anche nei dintorni dell’edificio. Una scelta che ha orientato decenni di acquisizioni: il parco ospita opere in bronzo, pietra, ma anche legno volutamente destinato decomporsi, materiali sintetici e persino installazioni sonore. Il criterio resta coerente con l’intuizione originaria della fondatrice: «Cerchiamo artisti che non producano solo qualcosa di esteticamente bello, ma che offrano un’esperienza intellettuale, filosofica o spirituale. Helene parlava di “artisti pensanti”», sottolinea il direttore.
Una vocazione consolidatasi nel tempo, che ha fatto del Kröller-Müller il “museo di scultura dei Paesi Bassi”. «Questa specializzazione è sostenuta dal sistema museale olandese, unico nel suo genere , basato sul concetto di “collezione nazionale diffusa”: invece di competere per le stesse opere, i musei pubblici collaborano evitando sovrapposizioni nelle acquisizioni. Forse proprio questo rende così dinamica l’offerta espostiva del nostro paese, trovando riscontro nell’apprezzamento della popolazione: oltre 1,5 milioni di persone hanno la Museum Card olandese, che permette di entrare nei musei gratuitamente», sottolinea Benno Tempel.
La superficie del parco si è ampliata attorno al nucleo iniziale – un verde molto curato, quasi da parco cittadino – inglobando anche aree boschive del parco nazionale. «È proprio questa varietà a rendere il luogo così eccitante: non ci limitiamo a esporre opere all’aperto, ma creiamo un’esperienza di scoperta. Volutamente, la maggior parte delle sculture non si trova sui sentieri battuti; è necessario avventurarsi nella natura per scovarle, trasformando la visita in un dialogo attivo con il paesaggio», illustra il direttore.

Uno dei cambiamenti gestionali più significativi è avvenuto a inizio anni Duemila, quando si è deciso di destagionalizzare. Il giardino viene preparato due volte l’anno, primavera-estate e autunno-inverno, che rimane il periodo più critico, ad esempio alcune opere vengono munite di “sciarpa e cappello” per il freddo o sdraiate per proteggerle dai venti. «Per prendersi ancor meglio cura delle opere, il nostro team specializzato include anche dei conservatori con una formazione artistica, capaci di comprendere le intenzioni degli autori contemporanei, che per ottenere determinati effetti visivi spesso adottano soluzioni tecniche controintuitive», aggiunge il direttore del Kröller-Müller Museum.
Fondamentale anche l’aspetto della sicurezza. All’esterno i visitatori di dimostrano più disinvolti nell’approcciare le opere. Considerate le ampie distanze da coprire, si pattuglia il parco in bicicletta. Ma soprattutto si guarda alla conservazione a lungo termine, ad esempio con il contributo della “Fondazione per la Conservazione dell’Arte Contemporanea”, un’iniziativa condivisa tra musei olandesi per affrontare le sfide dei materiali moderni.
Nonostante la vastità dello spazio a disposizione, le nuove acquisizioni sono rare e ponderate, distanziate anche di anni per garantire che ogni opera abbia il suo spazio. L’ultima, risalente a due anni fa, è un’opera di Andy Holden (Auguries) che traduce il canto degli uccelli in sculture di bronzo a forma d’onda sonora, completate da codici QR per l’ascolto.
All’orizzonte ci sono ora quattro anni di lavori per l’ampliamento affidato del museo a Tadao Ando. Ma l’attività non si fermerà: «Dal 2027 chiederemo ogni anno a un artista contemporaneo di curare una mostra internazionale di sculture nel parco, presentando proprie opere ma anche invitando altri artisti», conclude il direttore. Un’altra occasione per scoprire il parco da una inedita prospettiva.

Un’eredità condivisa con passione

Ormai definitivamente ‘scolpita’ è invece la collezione di sculture all’aperto della Fondation Pierre Gianadda di Martigny: 50 opere raccolte in quasi altrettanti anni dal patron Léonard Gianadda, l’ultima – un Rodin, sua grande passione (Victor Hugo nu debout) – nel 2022, un anno prima di scomparire. «Quando nell’estate del 1976 progettava la Fondazione, pensò subito di dover approfittare dell’ampio terreno di 7.000 metri quadri a disposizione, in un’epoca in cui la maggior parte dei musei svizzeri era installata nei centri cittadini. La sua passione per la scultura ha poi portato in maniera spontanea, un colpo di fulmine dopo l’altro, allo sviluppo del parco di sculture. I primi ad arrivare, a inizio anni Ottanta, sono stati Brancusi, Miró, Moore e Peñalba: grandi maestri del XX secolo, un fil rouge nato dall’istinto e dall’occhio infallibile di Léonard Gianadda. Come in un puzzle, tutti i pezzi hanno trovato il loro posto creando un insieme organico e variegato per formati, stili e materiali», osserva Sophia Cantinotti, curatrice delle Collezioni della Fondation Pierre Gianadda e membro del suo Consiglio.
All’attenta regia di Léonard si deve l’attuale fisionomia del parco. Profondamente legato alle sue radici mediterranee – di padre italiano – ha voluto preservare l’identità del luogo, un tempo frutteto, conservandone alcuni albicocchi ai quali si sono uniti betulle, pini, bambù, magnolie, mandorli, cedri, ciliegi, … «Soprattutto alberi ad alto fusto, evitando aiuole fiorite per non distrarre dalle opere. Ciascuno è identificato da una targhetta che indica anche quando è stato piantato e ricorda quelli donati da amici. Le sculture sono state posizionate affinché non se ne scorgano più di due, tre, massimo cinque per volta. Anche per questo, malgrado i tre ettari attuali di superficie che oggi occupa il parco, non potrebbero essere di più. Léonard stesso, per indicare le debite proporzioni, preferiva definirlo “un parco botanico abbellito da sculture”», ricorda Sophia Cantinotti. L’allestimento valorizza inoltre i resti gallo-romani presenti nel sito, che ospitava un tempio.
La gestione di questo equilibrio richiede la stretta collaborazione tra diverse entità: il Cantone del Vallese per gli scavi archeologici, i giardinieri del Comune di Martigny per il verde e la Fondazione per le opere d’arte. «Léonard Gianadda era riuscito a organizzare molto bene la suddivisione dei compiti. E anche gli abitanti di Martigny ne sono molto fieri, si sentono responsabili di questo patrimonio e cercano di trasmetterlo a chi viene a visitare la città», sottolinea la curatrice.
Trattandosi di statue prevalentemente in bronzo, granito e marmo non è richiesta una manutenzione particolarmente onerosa, al di là della regolare pulizia. Un collaboratore storico dello staff conosce perfettamente i gesti necessari per la cura delle patine. Più delicate, le opere in materiali sintetici, come un Dubuffet.
La staticità dell’allestimento è solo apparente. La trasformazione è infatti incessante al passare delle stagioni, offrendo ogni volta una lettura diversa delle stesse opere. «Le si vedono in modo diverso in autunno, quando le foglie cadono, o in inverno, quando il gelo si posa sui bronzi. D’estate, la luce è abbagliante e le foglie disegnano ombre nette. Anche chi ci frequenta da molto, potrà sempre dire: “Ah, non avevo mai visto quell’angolo del giardino con l’opera di Indiana in questa luce”», conclude Sophia Cantinotti.
Il parco della Fondation Pierre Gianadda realizza così appieno il desiderio del suo fautore, come in tutte le sue iniziative mosso dal desiderio di condividere il suo amore per l’arte con il pubblico.
Un dinamico spazio civico

Nel dialogo fra arte e natura, il parco del Museo Olimpico a Losanna introduce un ulteriore ingrediente: lo sport. Una relazione inscritta già nella storia dei Giochi, quando tra il 1912 e il 1948 venivano organizzate anche delle competizioni artistiche assegnando vere e proprie medaglie alle migliori sculture, alcune oggi riprodotte da repliche presenti nel parco. «Fin dall’apertura del Museo Olimpico, nel 1993, il suo parco affacciato sulle rive del Lago Lemano ha accolto numerose sculture grazie alla visione del presidente del Cio dell’epoca, Juan Antonio Samaranch, appassionato d’arte. La maggior parte sono donazioni di comitati olimpici nazionali e federazioni internazionali, che hanno voluto lasciare un segno tangibile del loro legame con i valori del movimento», spiega Anne-Cécile Jaccard, curatrice del Museo Olimpico.
Oggi, con 42 sculture che spaziano dal bronzo a materiali contemporanei come il kevlar e la resina, il parco esteso su 8.000 mq accoglie in media 350mila visitatori l’anno. Salvo rare eccezioni, non vi è alcuna distanza di sicurezza tra il pubblico e le opere. «Il nostro approccio si basa su una filosofia di apertura: le persone possono toccare le sculture, abbracciarle, scattarsi foto. Questa libertà implica ovviamente misure di sicurezza specifiche, come pannelli informativi, ronde regolari e un sistema di videosorveglianza, ma la vera garanzia di conservazione viene dal senso di appartenenza della comunità. I losannesi si sentono a casa in questo parco e se ne prendono cura», afferma Patricia Reymond, responsabile delle Collezioni Artefacts. Nondimeno, la conservazione richiede ingegnosità tecnica: «Dobbiamo effettuare pulizie e lucidature stagionali, gestire la vegetazione che cresce intorno alle opere, preservando al contempo la biodiversità del prato e dei 97 gradini che collegano il lago al museo. In alcuni casi è necessario spostare temporaneamente sculture complesse o allestire appositi ponteggi. Una sfida quotidiana che va oltre la semplice manutenzione», aggiunge Patricia Reymond.
Collaborazione è la parola chiave: una stretta sinergia fra i diversi dipartimenti del Museo – artefatti, curatela, mediazione e sicurezza devono lavorare all’unisono – ma anche con la Città di Losanna a cui appartiene il Parco affidato in gestione al Museo Olimpico. Che ha saputo farne anche uno spazio pedagogico potente, integrato nella sua strategia educativa: «Durante tutto l’anno, organizziamo eventi popolari come la Settimana Olimpica o, nel mese di agosto (il 15 per la 20ª edizione nel 2026), in collaborazione con Athletissima, la staffetta delle Mini-Stars, con centinaia di bambini che zigzagano tra le opere prima di ricevere i loro premi sul podio. Inoltre, il parco costituisce un vero e proprio strumento di storytelling per le nostre mostre temporanee», osserva Aline Suillot, responsabile della mediazione.
Anche la mediazione culturale si adatta a questa dimensione fluida con risorse pedagogiche per scoprire il parco in gruppo e in autonomia, attraverso otto punti di interesse disseminati sul sito. Dei Qr-code permettono di accedere a informazioni complementari e di partecipare a diverse attività. E presto sarà disponibile gratuitamente anche un tour audioguidato.
Il Museo Olimpico realizza così la sua missione più ambiziosa: creare un dialogo continuo tra arte, sport e comunità, aperto a tutti e in costante evoluzione.
Un intimo equilibrio

Anche un esempio su scala locale può rivelarsi di estremo interesse. A differenza di molti parchi di musei concepiti a priori come spazi espositivi, il giardino Ronco dei Fiori della Fondazione Marguerite Arp di Locarno-Solduno è nato come luogo privato, di vita e lavoro, solo in seguito aperto al pubblico. Jean Arp e la seconda moglie Marguerite si insediarono qui nel 1960, proprio innamorandosi del giardino con alberi secolari, sentieri, pergole, panchine, muretti a secco, pietra grezza, …«Nella parte pianeggiante Jean aveva disposto diverse sue sculture, senza una logica museale, come parte della vita quotidiana, tanto che ad alcune cambiava la collocazione, come testimoniano le foto conservate», nota Simona Martinoli, direttrice della Fondazione Marguerite Arp.
Quando nel 2015 si è concretizzato il desiderio espresso cinquant’anni prima da Jean, trasformando la proprietà in un museo e centro di studi, si è presentata la sfida di rileggere questo spazio naturale, intervenendo laddove la sicurezza e la conservazione lo richiedevano, ma sempre nello spirito dell’artista. La parte terrazzata del giardino, coltivata a vigna e alberi da frutto, avrebbe invece richiesto l’inserimento di parapetti che l’avrebbero snaturata. Si è dunque preferito lasciarla inaccessibile al pubblico, ambientandovi sculture chiaramente visibili a distanza, come Essere alato, che dal basso sembra proprio spiccare il volo.
Complessivamente esteso su circa 4.600 mq, il giardino conta in totale 8 sculture di Jean Arp più qualche “ospite” come Radar Celeste di Hansjörg Gisiger, acquistata successivamente da Marguerite, ma anche oltre 70 specie vegetali. La gestione coinvolge un conservatore-restauratore di fiducia da quasi trent’anni, l’intervento di specialisti e collaborazioni accademiche – come con la Supsi – e un lavoro costante di monitoraggio e prevenzione. «Il team dei nostri giardinieri storici lavora per garantire che la vegetazione non invada le opere. Nella visione organica di Jean Arp, arte e natura si fondono: non devono quindi essere creati spazi asettici attorno alla scultura, ma bisogna ad esempio far attenzione al deposito di pollini e alla formazione di licheni. Purché non metta a rischio l’integrità strutturale dell’opera, accettiamo che il tempo lasci il suo segno: l’artista ne era ben consapevole quando sceglieva di collocarle all’esterno», commenta Simona Martinoli.
A rendere unico questo luogo è la continuità tra interno ed esterno: l’edificio progettato dallo studio Gigon/Guyer di Zurigo come spazio museale e deposito per la Fondazione, inaugurato ad aprile 2015, ha il suo fulcro nell’unica grande vetrata che mette in diretta comunicazione lo spazio espositivo con il giardino, permettendo alla mostra annuale di proseguire idealmente all’esterno e, viceversa, di coglierne da fuori uno scorcio, in una relazione osmotica.

La sfida per il futuro non è solo conservare e divulgare l’arte di Jean Arp, ma valorizzare la dimensione botanica del sito. A breve verrà annunciato un nuovo progetto. Già oggi il giardino è molto apprezzato. «Molti visitatori dopo aver visto la mostra rimangono in giardino, sostano, magari acquistano il catalogo e lo leggono seduti su una panchina. Alcuni ci sorprendono con conoscenze botaniche molto approfondite», conclude la direttrice Simona Martinoli, svelando la sua scultura del cuore: «Si trova proprio all’ingresso e si chiama Astro Sognante. Ogni mattino mi accoglie, mettendomi di buon umore».
La Fondazione Marguerite Arp ricorda che la qualità di una collezione all’aperto non si misura nella quantità di opere, ma nella capacità di far fiorire la visione che le ha dato vita. Così, anche un giardino intimo diventa un riferimento per la gestione etica e sostenibile del patrimonio artistico.
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