La mia prima opera non l’ho comprata, me la sono guadagnata. Frequentavo il liceo a Feldkirch, in Austria, quando il mio insegnante di disegno, che ha avuto un grande impatto sulla mia passione per l’arte, mi propose di aiutarlo durante i pomeriggi liberi a tenere d’occhio la galleria dove stava preparando una mostra per l’artista sloveno Joze Horvat-Jaki. Al termine mi chiese se preferissi essere pagato in contanti o con un’opera invenduta. L’incisione che scelsi è ancora esposta nella nostra casa a Winterthur. Proprio come il mio primo acquisto, un’opera digitale di Tatsuo Miyajima degli anni Novanta, comprata con il mio primo bonus a un prezzo per me allora esorbitante, è tuttora fra le mie preferite di quel periodo iniziale.
Che si tratti di un’opera contemporanea minimalista o di un oggetto etnografico tradizionale, sono sempre attratto da ciò che parla con chiarezza, stilizzazione, densità, minimalismo, senza fronzoli. Inizialmente le mie scelte erano intuitive. Di solito capivo in pochi secondi se un’opera era destinata a diventare parte della mia vita, se mi sarebbe piaciuta per sempre. Acquistarla o meno dipendeva allora dal mio budget.

Più tardi, quando mi sono avvicinato all’arte giapponese e poi a quella tradizionale, in particolare filippina, ho preso coscienza del valore della semplicità. È una sensazione molto simile a quella che provo osservando la natura. La natura non spreca. È efficiente, organizzata, ripetitiva, simmetrica. C’è un’armonia nella struttura che mi tocca profondamente. Nell’arte come nella vita, la semplicità crea familiarità, comfort e senso di continuità. È lo stesso principio che plasma il mio lavoro di avvocato: i miei clienti hanno sempre apprezzato che non li sommergessi di opzioni, ma che proponessi un unico percorso chiaro. Così, la semplicità mi ha sempre guidato in tutte le mie scelte di vita.
Nelle Filippine sono arrivato a inizio anni ’90 per seguire un caso legale e ho finito per rimanerci per 40 anni. Tutto è cominciato casualmente, dagli oggetti decorativi per arredare la casa in cui mi sono installato, spesso provenienti dalla parte meridionale delle Filippine di tradizione musulmana. Trascorrendo il mio tempo con la gente del posto mi sono poi avvicinato alla cultura locale e all’arte della Cordillera, in particolare appassionandomi a oggetti ifugao, come i bulul e le scatole. Fino a 10 o 15 anni fa era possibile trovare pezzi autentici a prezzi ragionevoli. Ora sono diventati più rari e costosi, in parte proprio a causa di mostre e pubblicazioni come quelle promosse da Asian Art:Future, che è la proprietaria legale delle opere di arte della Cordillera che ho riunito in questi anni. Si assiste a una concentrazione di interesse e investimenti nella fascia alta del mercato, anche se a livello locale l’arte tradizionale rimane ancora poco riconosciuta e apprezzata.
Essendo essenzialmente completa, ormai aggiungo opere alla Collezione solo quando mi imbatto in qualcosa di davvero unico, in grado di arricchirla. Inoltre non avrei lo spazio necessario per esporre altre sculture e non mi piace tenerle in deposito. D’altro canto, raramente rimetto sul mercato opere acquistate. Solo negli ultimi anni, pensando al futuro, abbiamo venduto alcuni pezzi, ma è difficile separarsene. L’intenzione è sempre stata quella di preservare l’essenza della Collezione. Come ha scritto Walter Benjamin, la proprietà è il rapporto più intimo che si possa stabilire con gli oggetti. Non perché vivono in te, ma perché tu vivi in loro. È una relazione profondamente personale, ma anche una forma di gestione responsabile. Così interpreto la mia missione di collezionista. Ecco perché Asian Art:Future ha creato un museo virtuale, vimu.org, che offre una vera e propria esperienza 3D, in modo che la Collezione, in particolare le opere tradizionali, possano continuare a essere viste, anche quando noi non ci saremo più.
Fra le più importanti al mondo nel suo genere, la Collezione dello zurighese Martin Kurer è protagonista fino al 16 novembre al Musec di Lugano: un inedito dialogo fra 51 sculture tradizionali della Cordillera filippina e 9 creazioni di artisti contemporanei asiatici invita a cogliere l’essenza e a lasciare emergere significati che vanno oltre l’apparenza. Un progetto espositivo a cura di Nora Segreto e di Paolo Maiullari, che ha raccolto anche l’intervista integralmente pubblicata nel catalogo che accompagna la mostra, di cui l’articolo presenta alcuni estratti.

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