Cappelli, borse, scarpe, guanti, bastoni, ombrelli, parasole, fazzoletti, ventagli, spille, gioielli, … immancabili complementi all’abbigliamento, declinati in infinite fogge, che da sempre contribuiscono a esprimere stile e identità di chi li indossa. Alcuni cadono in disuso, altri tornano in auge, come vuole la moda, che si innova ripetendo e interpretando l’evoluzione sociale e culturale, basti l’esempio del bastone da passeggio che ha spopolato al Met Gala 2025, anche in un’epoca in cui gli accessori sono sempre più digitali.
A diverse riprese, negli ultimi anni la Pinacoteca Züst si è già confrontata con la relazione fra arte e moda, privilegiando però la figura femminile. Questa volta, già l’immagine guida scelta per la sua nuova esposizione, in programma fino al prossimo 22 febbraio – l’elegante ritratto del pittore Carlo Silvestri, firmato dall’amico Eliseo Sala (1850) – esplicita come si sia voluto dare spazio anche al mondo maschile, che di accessori ha sempre fatto sfoggio: protagonista assoluto il cappello, ma fino al Novecento anche il ventaglio non era prerogativa femminile, per non dire delle diverse paia di guanti prescritte al gentiluomo da alternare a seconda dell’occasione, oltre a spille e fermacravatte, in una infinita gamma di motivi, materiali e cesellate lavorazioni.
Con l’approccio interdisciplinare richiesto da una materia ibrida come questa, che tocca storia, arte, moda, artigianato e costume, in mostra viene proposto un confronto serrato, ma mai banalmente didascalico, fra un’ampia raccolta di manufatti e la loro rappresentazione in dipinti e sculture tra gli anni Trenta dell’Ottocento e i primi tre decenni del Novecento. Ne emerge chiaramente che se “accessori” questi oggetti nascono per la funzione ausiliaria loro assegnata in origine, molto spesso vengono poi investiti da una connotazione simbolica che li rende marchio di appartenenza a un determinato ceto sociale e, al contempo, personalissimi segni distintitivi, chiamati a rispecchiare l’unicità dei loro proprietari. Un paradosso su cui si regge il fenomeno stesso della moda, che appaga sia il bisogno di appartenenza sociale che di differenziazione individuale, secondo quanto acutamente osservava un padre della sociologia come Georg Simmel.
Curata con grande competenza e passione dalla storica dell’arte e della moda Elisabetta Chiodini in collaborazione con Mariangela Agliati Ruggia (che, dopo 34 anni alla guida della Pinacoteca, ha appena passato il testimone al nuovo direttore Elio Schenini), come tradizione della Züst la mostra non manca di guardare anche al territorio ticinese, per cui il settore dell’abbigliamento ha rappresentato un ramo economico di particolare rilevanza – primo per personale occupato dal 1929 al 1956.

Già nel 1911, le 14 aziende attive di abbigliamento e confezioni davano lavoro a 368 addetti, le 7 aziende nel ramo di cuoio e scarpe a 140 e tre fabbriche di cappelli a 189. La maggior parte si insediarono a Lugano, principale centro urbano del Cantone che, anche grazie ai suoi alberghi e ai nascenti grandi magazzini, permetteva di raggiungere i turisti e la più agiata clientela locale. Quasi tutte erano realtà familiari che si tramandavano atelier e negozi di genitori in figli. Nel suo bel saggio in catalogo, lo storico Marco Marcacci rievoca alcuni nomi ben impressi nella memoria di molti luganesi, come Patuzzo, Fumagalli, Riva-Pinchetti, Macconi e, unici due ancora attivi, Poggioli e Poretti, il primo nato come atelier di selleria e articoli da viaggio, che ormai alla quarta generazione festeggia 120 anni, mentre il secondo, di una generazione più giovane, si è specializzato in abbigliamento maschile dopo l’esordio come cappellificio.
Proprio ai cappelli è riservato un posto d’onore in mostra, in considerazione della rilevanza nella moda dell’Ottocento, tanto maschile quanto femminile – gli uni rigorosi nella loro codificazione, gli altri esuberanti nella varietà di decorazioni. In Ticino la loro produzione fu precoce, addirittura è probabile che la manifattura a vapore impiantata da un immigrato genovese a Penate, non lontano da Rancate dove ha casa la Pinacoteca, sia stato il primo nel suo genere in Svizzera, in grado di produrre 100 cappelli in feltro al giorno. In seguito si svilupparono soprattutto nel Bellinzonese e poi nel Luganese, finché il calo della domanda nel secondo dopoguerra decretò la chiusura per chi non riuscì a convertirsi. Ben precedente, radicata già nel Seicento, viene ricordata anche l’industria della paglia della Valle Onsernone, con una selezione di cappelli, cestini, borse, attrezzi per la produzione, documentazione originale e fotografie dell’epoca. Probabile che sia stata importata da qualche emigrante locale di ritorno dal Centro Italia. È interessante osservare, come menzionato nel saggio in catalogo di Mattia Dellagana, curatore del Museo Onsernonese di Loco da cui provengono molte delle testimonianze esposte, che non si trattava di una semplice attività artigianale, ma di un sistema industriale ante litteram. Tanto che nel 1870-71 le vendite dei prodotti di paglia onsernonesi valevano 347mila franchi, fra Italia (35%), Svizzera (25,4%), Francia (15,6%), Germania (12,3%) e America (11,7%). Già all’epoca fatali furono le barriere commerciali: a poco servirono le suppliche dei cappellai onsernonesi a fronte dei dazi quadruplicati nel 1804 dal vicino Stato preunitario e, successivamente, della paralisi degli scambi con la Lombardia con cui l’Austria puniva l’appoggio dei ticinesi agli indipendentisti. Da principale, l’attività divenne allora ‘accessoria’ nel senso deteriore del termine.
Tra gli oltre 200 oggetti esposti in mostra sono presenti anche una sessantina di opere fra dipinti e sculture, con nomi prestigiosi di area sia italiana che ticinese, da Giacomo Balla e Giovanni Boldini a Filippo Franzoni e Luigi Rossi. Di grande valore anche manufatti come il ventaglio piumato e il fazzoletto ricamato in seta della contessa Maraini o i bastoni della Collezione Luciano Cattaneo, ma si potrebbe dire che altrettanto valore, per la loro rarità odierna, lo abbiano oggetti più prosaici come copricapi femminili, scarpe, guanti, abiti borghesi, già di per sé più deperibili e spesso tramandati con minor attenzione. Di qui l’invito alle famiglie che ne fossero ancora in possesso a rivolgersi al Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona.
Ultima menzione per Elsa Barberis, sulla cui rievocazione si chiude la mostra. Una stilista nostrana che seppe conquistare addirittura il jet set internazionale proponendo lo stile perfetto per la donna moderna e indipendente che lei stessa incarnava. Senza mai dimenticare le sue origini, reinterpretando anche lavorazioni e materiali locali in chiave innovativa, oltre a omaggiare le località del territorio nei nomi con cui battezzava i suoi abiti
Un capitolo a parte si potrebbe aprire su un altro grande classico svizzero, qui assente: l’orologio, l’accessorio di classe per eccellenza. Tempo al tempo, potrebbe essere lo spunto per un futuro appuntamento.




