Quando si pensa alla logistica, molto spesso ci si perde qualche dettaglio. Merci e persone sono due ambiti fondamentali per l’intera industria, che è però ben più segmentata e risale tutta catena del valore, dall’estrazione delle materie prime alla consegna del bene. Senza dimenticare l’energia. In un mondo che cambia bisogna però essere anche in grado di stringere alleanze, esterne e interne, per sperare di vincere le molte sfide.
Energia. La logistica non è solo uno strumento di supporto alla transizione energetica, ne è il motore. Senza un’infrastruttura capillare, digitalizzata e resiliente, gli investimenti in rinnovabili, tecnologie a basse emissioni e vettori energetici alternativi rischiano di fallire nella distribuzione e nella scalabilità industriale.
Oggi la logistica italiana movimenta oltre l’85% delle merci su ruota, ma perché l’Italia possa ambire a diventare un hub energetico di primo piano è sempre più urgente un radicale cambio di paradigma. Ecco alcune delle principali direttrici:
– Decarbonizzazione di filiere portuali e retroportuali. Il 70% dei porti non è ancora completamente elettrificato. Servono investimenti per cold ironing, smart grid locali e fotovoltaico. Il porto di Genova, ad esempio, potrebbe risparmiare fino a 30mila T. di CO2 l’anno limitandosi a elettrificare le banchine croceristiche;
– Sviluppo dei corridoi energetici europei e mediterranei. L’Italia deve candidarsi come nodo logistico per l’import-export energetico da Nord Africa e Medio Oriente verso il centro Europa, sfruttando asset strategici come il Tap, o i porti deep sea di Augusta e Taranto;
– Idrogeno e rinnovabili offshore. Federlogistica sostiene progetti pilota nei porti per la produzione e movimentazione di idrogeno verde e ammoniaca. Entro il 2030 almeno cinque porti italiani dovrebbero ospitarne le stazioni logistiche;
– Digitalizzazione dei flussi. La supply chain energetica deve essere tracciabile. Il 60% delle aziende logistiche non ha ancora adottato soluzioni di monitoraggio in tempo reale dei consumi e delle emissioni.
A patto di fare dunque alcune cose, l’Italia può ambire e deve diventare un ‘ponte energetico’ nel Mediterraneo. Ma per riuscirci servono pianificazione strategica, investimenti pubblici mirati e accordi con i Paesi produttori di energia.
La logistica è il motore della transizione energetica. Senza un’infrastruttura capillare, digitalizzata e resiliente, gli investimenti in rinnovabili, tecnologie a basse emissioni e vettori energetici alternativi rischiano di fallire nella distribuzione e nella scalabilità industriale
Tempo di alleanze. La collaborazione pubblico-privato è troppo spesso evocata come mero slogan. Per renderla realmente efficace bisogna superare due ostacoli principali: la burocrazia e la mancanza di strumenti di co-progettazione.
Oggi in Italia un progetto energetico-logistico può richiedere fino a 36 mesi per ottenere tutte le autorizzazioni, a fronte di una media europea di 18. Potrebbero aiutare in tal senso:
– Una riforma normativa sulla semplificazione delle autorizzazioni per impianti energetici nei nodi logistici. Aree portuali, interporti e zone doganali devono avere una corsia preferenziale autorizzativa;
– Un modello operativo stabile di Governance mista: la creazione di Cabine di regia permanenti che riuniscano regioni, comuni, autorità portuali, imprese logistiche ed energetiche. Le sperimentazioni di Genova, Ravenna e Civitavecchia, possono diventare un modello;
– Strumenti di investimento congiunto: oggi i bandi pubblici premiano singoli soggetti. I fondi europei (Pnrr, Cef, Fesr) dovrebbero essere invece orientati a progetti integrati, in cui il privato metta tecnologia e capitale, il pubblico garantisca autorizzazioni rapide e co-finanziamenti. Un esempio virtuoso è il Green Port Project di Barcellona;
– Responsabilizzazione degli stakeholder privati: chi beneficia di incentivi o autorizzazioni deve essere tracciato, con obblighi precisi di trasparenza.
– Inclusione delle Pmi. Il 90% delle imprese logistiche italiane sono micro e piccole. Senza un accesso facilitato, queste rischiano di essere escluse. Vanno creati quindi consorzi territoriali che permettano loro di partecipare a bandi e progetti con garanzie pubbliche.
A patto dunque di muoversi bene e rapidamente, replicando ad esempio alcune best practice di altri Paesi europei, l’Italia potrebbe sì segnalarsi consolidando la sua naturale vocazione quale piattaforma privilegiata di proiezione sul Mediterraneo allargato. Saprà però raccogliere la sfida?
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