TM    Marzo 2026

Sconfinamenti metafisici

Una dimostrazione esemplare di collaborazione istituzionale: una città, quattro mostre, duemila passi per ripercorrere uno dei momenti più singolari dell’arte moderna italiana nella pluralità di filiazioni che, trasversalmente a epoche e linguaggi espressivi, ha saputo e continua a generare. Immanente Metafisica. Il curatore Vincenzo Trione, professore ordinario di Arte e media e di Storia dell’arte contemporanea allo IULM di Milano, presenta il progetto.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Non furono che quattro mesi. Una parentesi di sospensione nel pieno della Grande Guerra, fra metà aprile e metà agosto del 1917, quando le strade di Giorgio de Chirico e Carlo Carrà – che fino ad allora si erano scambiati solo qualche lettera – si incontrano a Ferrara, nel surreale scenario dell’Ospedale psichiatrico Villa del Seminario, qui raggiunti da Alberto Savinio, fratello di Giorgio, e Filippo de Pisis. Una città di provincia estranea alla geografia delle avanguardie eppure, fra le sale di quella “Villa degli enigmi” come la soprannominava de Chirico – in origine casa di vacanze per seminaristi, prestata alla cura delle nevrosi traumatiche dei soldati grazie al pionieristico programma del Dr. Boschi che affiancava psicoterapia, attività fisica e ricreativa – presero forma capolavori dell’arte moderna come Le muse inquietanti, Ettore ed Andromaca, La camera incantata, Madre e figlio. Opere anch’esse sospese, nell’ambiguità dei giochi percettivi e concettuali con cui interrogano le apparenze, convertendo ansia e disorientamento in mistero spirituale.

Così diversa dalle altre avanguardie sin dalla scelta del suo nome di matrice filosofica, la Metafisica – che de Chirico aveva già “inventato” nel 1910 – in quelle settimane trovava la sua dimensione di gruppo, seppur di grandi solitari, ai quali poco più tardi se ne sarebbe aggiunto un altro, fra le più alte figure del Novecento italiano, Giorgio Morandi. Un’esperienza seminale, destinata a nutrire non solo le future opere dei suoi animatori, ma altre epoche e altri linguaggi espressivi oltre a quello originario della pittura, sino agli echi contemporanei oltre un secolo dopo.Un intreccio di filiazioni e reinvenzioni di cui rende conto l’ambizioso progetto espositivo corale in corso a Milano, che sin dal suo titolo – Metafisica/Metafisiche – annuncia la tensione fra la singolarità di uno dei più significativi movimenti artistici italiani del Novecento e la pluralità degli esiti che, pur distanti per generazione, cultura o tecnica, continuano ad attingere a quell’iconico sillabario.

Un riuscito esempio di collaborazione istituzionale che abbiamo voluto approfondire con il curatore Vincenzo Trione, professore ordinario di Arte e media e di Storia dell’arte contemporanea allo Iulm di Milano, che ha coordinato l’organizzazione sulle quattro sedi museali e, ancor prima, i lavori di ricerca.

Carlo Carrà, Madre e figlio (Natura morta con manichini), 1917, olio su tela 90 x 59,5 cm, ©Pinacoteca di Brera, Milano – MiC © Carlo Carrà, by SIAE 2026
Carlo Carrà, Madre e figlio (Natura morta con manichini), 1917, olio su tela 90 x 59,5 cm, Grande Brera – Palazzo Citterio, ©Pinacoteca di Brera, Milano – MiC © Carlo Carrà, by SIAE 2026.

Professor Trione, iniziative di questa ampiezza sono spesso legate a ricorrenze simboliche – lo si è visto di recente con Impressionismo e Surrealismo – ma in questo caso non sembra esserci un anniversario particolare, se non l’inserimento nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026. Dunque cosa ha ispirato il progetto?
Una mostra, a mio avviso, non dovrebbe mai nascere per semplice committenza, ma essere invece l’approdo di un più ampio percorso di studio. Nel caso specifico, avevo già lungamente lavorato su Giorgio de Chirico, al quale ho dedicato due importanti libri e, nel 2007, una grande mostra al Museo d’Arte Moderna di Valencia che ne studiava l’influenza sull’architettura del Novecento e contemporanea. Da allora ho iniziato a interrogarmi su come l’immaginario metafisico si sia disseminato oltre la pittura, attraverso altre discipline. Una riflessione che ho avuto l’opportunità di approfondire grazie a questo progetto, fondato proprio su un’idea di sconfinamento.

In che senso, sconfinamento?
Anzitutto dal punto di vista dei linguaggi coinvolti. È una mostra sulla pittura, che è stato il medium pressoché esclusivo del gruppo storico, ma anche una mostra che cerca di esplorare i modi attraverso i quali la pittura esce dalla cornice e incrocia altre pratiche espressive, dall’architettura al cinema, dal teatro alla musica, dal design alla moda alla graphic novel.
Lo sconfinamento è inoltre di carattere territoriale: l’epicentro è Palazzo Reale, dove sono esposte oltre 400 opere, ma il progetto è pensato come un romanzo visivo con tre ulteriori capitoli in altre sedi museali cittadine: il Museo del Novecento, le Gallerie d’Italia e Palazzo Citterio-Grande Brera. Si tratta dunque anche di uno sconfinamento istituzionale, che vede collaborare realtà che afferiscono al Comune di Milano, allo Stato e un soggetto privato come Intesa Sanpaolo.

Sono stato felicemente sorpreso dal constatare come istituzioni pur con identità e orientamenti diversi abbiano compreso fino in fondo il senso e l’originalità di questo progetto, condividendo l’obiettivo di raccontare la Metafisica ciascuno dall’angolazione che gli è propria

Vincenzo Trione

Vincenzo Trione

curatore del progetto "Metafisica/Metafisiche"

È stato impegnativo farli dialogare?
Sono stato felicemente sorpreso dal constatare come istituzioni pur con identità e orientamenti diversi abbiano compreso fino in fondo il senso e l’originalità del progetto, condividendo l’obiettivo di raccontare la Metafisica ciascuno dall’angolazione che gli è propria: una forte attenzione alla città per il Museo del Novecento, il lavoro archivistico per le Gallerie d’Italia, mentre Palazzo Citterio pone in dialogo un intervento di William Kentridge con opere di Morandi delle sue prestigiose collezioni Jesi e Vitali, amici e sostenitori del pittore bolognese fin dagli esordi.

Quanto tempo ha richiesto la preparazione?
Relativamente poco: circa un anno e mezzo, dall’autunno 2024 a oggi. In altri Paesi europei mostre di questa portata si programmano con tre o quattro anni di anticipo. Qui abbiamo lavorato con tempi serrati, nonostante le 400 opere e le quattro sedi coinvolte.

Come si costruisce un percorso così ampio, che copre oltre un secolo?
Per indizi. Con un gruppo di giovani studiosi ho condotto per mesi una vera e propria caccia al tesoro. Più della parte storica, già studiata e consolidata, la sfida è stata rintracciare come l’immaginario della Metafisica sia stato successivamente riattivato da altre pratiche e linguaggi espressivi. Proprio come in una redazione, ci riunivamo settimanalmente per condividere le nostre scoperte; a un certo punto ho coinvolto anche alcuni miei studenti della laurea magistrale allo Iulm. Per evitare di lasciarci fuorviare da apparenti somiglianze, ci siamo attenuti a due direttrici rigorose: artisti che abbiano dichiarato esplicitamente la propria filiazione dalla Metafisica – penso, per citare solo uno fra i tantissimi esempi possibili, a Frank Gehry, che nel 1987 affermò di essersi ispirato per una sua architettura alle nature morte di Giorgio Morandi. Oppure autori dei quali la storiografia abbia documentato in modo fondato questo rapporto. In mostra ne proponiamo una selezione: avremmo potuto occupare anche il doppio dello spazio.

Dalle “Metafisiche” torniamo al gruppo storico: cosa rende quest’esperienza così diversa dalle altre avanguardie?
Siamo di fronte a un’eccezione. Da un lato i protagonisti della Metafisica si pongono agli antipodi rispetto ai grandi “ismi” primonovecenteschi: non condividono il bisogno di rompere i ponti con la memoria, né rifiutano il dialogo con i musei e la tradizione; non hanno bisogno di cercare la provocazione, né di uccidere i padri – pulsioni invece centrali per le altre avanguardie. Per contro, recuperano il valore della storia dell’arte, della memoria, della classicità e generi come il paesaggio o la natura morta.
Dall’altra parte, benché la Metafisica si ponga al di fuori della traiettoria delle avanguardie, si confronta con esse: de Chirico avvia un dialogo laterale ma continuo con il cubismo, ma anche con il dadaismo e guarda al polimaterismo di Boccioni. Addirittura, anticipando Duchamp, realizza quelli che sembrano dei ready made pittorici, dando una valenza completamente diversa a degli oggetti decontestualizzandoli. Morandi dipinge nature morte ma in realtà è un formalista: trasforma oggetti di uso comune in pure forme astratte. De Pisis guarda costantemente all’arte dadaista, ad esempio nelle sue nature morte e nei suoi collage. E Savinio dialoga con grande originalità con tutta l’esperienza del surrealismo.

Guardando ai quadri che gli animatori stessi del gruppo storico hanno dipinto nel proseguio delle loro carriere, si vede chiaramente come la poetica delineata nel 1917 sia immanente a tutta la loro evoluzione.
Infatti nelle sale che aprono il percorso a Palazzo Reale, compiendo una sorta di “forzatura storico-critica”, ho voluto esporre non solo i quadri che de Chirico, Carrà, Savinio, de Pisis e Morandi dipinsero durante l’età dell’oro della Metafisica, ma anche quelli dei decenni successivi, fino agli anni Quaranta. Ne emerge come, con poche parentesi di distrazione, abbiano continuato a riattivarne e reinventarne gli archetipi, al punto che – so di essere provocatorio – le datazioni in molti casi sono quasi un inciampo che rischia di non far cogliere questa continuità.

Al di là della potente iconografia – fatta di piazze e statue, archi e portici, torri e ombre, nature morte e manichini – quanto si è preservato della poetica della Metafisica nelle successive riprese?
Purtroppo raramente la dimensione dell’enigma, del mistero, dello straniamento è stata riattivata nella sua complessità. Pochi sono gli artisti – penso, fra quelli esposti, a William Kentridge, Ettore Spalletti, Giulio Paolini o Pier Paolo Canzolari – che hanno saputo coglierne il lato perturbante. Oggi esiste una Metafisica “a bassa intensità”, diffusa e vaporizzata. Nella stragrande maggioranza dei casi si è infatti lavorato per citazione, un po’ come lo stesso de Chirico nella parte conclusiva del suo lavoro. Tre gli indirizzi prevalenti: postmodernista – dunque il gusto per la citazione, l’ironia, lo sberleffo –; l’indirizzo pop, che ha trasformato le iconografie di de Chirico e Morandi in motivi da citare liberamente come se fossero delle affiches pubblicitarie; infine l’indirizzo concettuale: Alberto Arbasino vedeva in de Chirico il padre dell’arte concettuale – un’affermazione anch’essa provocatoria ma non infondata.

Chi è ad aver inciso maggiormente sulla contemporaneità?
De Chirico ha avuto una fortuna vastissima fino al postmoderno, negli anni Ottanta, venendo citato, saccheggiato, talvolta abusato, proprio lui che aveva praticato la citazione come retroterra culturale indispensabile. Successivamente è stato però Morandi ad assurgere a padre dell’arte contemporanea. Ad esempio, su una parete della sala “Arcipelago Metafisica” a Palazzo Reale, ho affiancato delle nature morte che in modo molto diverso gli rendono omaggio: troviamo Lucio del Pezzo, quindi la pop art italiana, Nicolas Party, giovane artista svizzero fra i più quotati a livello internazionale, ma anche il tributo in mattoncini lego del celeberrimo Ai Weiwei e il giamaicano Nari Ward che del pittore bolognese condivide la sensibilità per l’uso poetico di oggetti quotidiani.

Malgrado la sua familiarità di lunga data con il tema, c’è stata qualche scoperta che l’ha sorpresa?
È vero che da tempo mi andavo interrogando sulla disseminazione della Metafisica, ma nel momento in cui ho cominciato a lavorare alla mostra con una committenza precisa è affiorato un mondo sommerso di un’ampiezza difficile da immaginare. Analogamente a quando si scrive un libro, ci si rende conto che funziona quando è lo stesso autore a esserne sorpreso. Ecco, mi auguro che questa mostra sia solo un inizio e che altri possano rileggere la Metafisica da ulteriori prospettive. Intanto sono nate già delle proposte di tesi fra miei laureandi, ad esempio una studentessa ha scelto di studiare il rapporto fra de Chirico e Paolo Sorrentino, che ha dichiarato di considerarlo un suo idolo, oltre a omaggiarlo direttamente nell’ultimo film Partenope – per inciso, in mostra c’è una sezione molto interessante dedicata al cinema, con presenze inattese, da Buñuel a Tim Burton. Forse quello della Metafisica non è un linguaggio immediatamente riconducibile a un pubblico giovane, ma il dato che più mi sta sorprendendo positivamente è che la mostra è molto frequentata da ragazzi e under 30. Un bellissimo segnale.

Mettendo in relazione passato e presente, grandi maestri e sguardi contemporanei, il progetto espositivo Metafisica/Metafisiche fa della città di Milano un museo diffuso, inanellando quattro sedi lungo un percorso di duemila passi, da Piazza Duomo a Brera.

1. Cuore dell’esposizione è Palazzo Reale, che propone oltre 400 opere dei massimi esponenti del movimento e di artisti che successivamente ne hanno subìto il fascino. Dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design oltre a plastici e modelli architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video, vinili con prestiti nazionali e internazionali provenienti da più di 150 istituzioni tra pubbliche e private, gallerie, archivi e prestigiose collezioni private. Da non perdere, l’epilogo di questo primo atto: un’installazione site specific realizzata da Francesco Vezzoli. Un “fake” de Chirico del 1918, che rappresenta una città ideale al cui interno sono incastonate dieci nature morte – queste autentiche – realizzate dal pittore poco prima della scomparsa nel 1978. Al centro, una scultura-ibrido: corpo di duemila anni, mentre la testa è una fusione in bronzo da un manichino di de Chirico.

2. Seconda tappa (che come la precedente si protrarrà fino al 21 giugno), al Museo del Novecento, che già con le sue linee architettoniche rievoca l’estetica metafisica. Focus sul legame tra il movimento e la città di Milano, come emerge dalla collaborazione di de Chirico, Savinio e Carrà con il Teatro alla Scala e la Triennale, oltre a un omaggio inedito al romanzo Ascolto il tuo cuore, città (1944) di Alberto Savinio, tra i più affascinanti e intensi affreschi dedicati alla Milano in trasformazione fra Otto- e Novecento, rivisitato in una serie di 10 tavole di Mimmo Paladino.

3. L’itinerario prosegue con un doppio affondo su Giorgio Morandi: alle Gallerie d’Italia una selezione di fotografie di Gianni Berengo Gardin immortala la stanza-atelier del pittore in via Fondazza a Bologna prima che venisse smantellata nel 1993, catturando gli oggetti che dipinse nelle sue nature morte (fino al 6 aprile). La location è il caveau sotterraneo di Palazzo Beltrami, oggi trasformato in luogo di custodia di oltre 500 opere dalla collezione di arte moderna e contemporanea di Intesa Sanpaolo, da cui peraltro provengono due emblematiche di Giorgio de Chirico e Filippo de Pisis esposte a Palazzo Reale.

4. Infine, a Palazzo Citterio (Grande Brera) è William Kentridge a rendere tributo al maestro bolognese con un intervento che si articola in due momenti: una videoinstallazione sonora e una sequenza di sculture in cartone, per reinterpretare poeticamente gli oggetti d’uso quotidiano delle nature morte di Morandi, avviando un dialogo ideale con le opere metafisiche del maestro bolognese conservate nelle sue collezioni (fino al 5 aprile).

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