TM    Febbraio 2026

Le medie potenze

Il discorso del Premier canadese Carney a Davos segna un importante spartiacque, dopo anni di utopistiche discussioni, sul senso che abbiano oggi determinate kermesse.

di Federico Introzzi

Responsabile editoriale Ticino Management

In occasione della 56esima edizione del World Economic Forum, dopo tanti anni trascorsi all’insegna di un’infinità di parole e discorsi mai troppo incisivi, sempre più di sovente dedicati a utopie Green, preso atto che i veri problemi di oggi siano ben altri, finalmente ‘qualcosa’ è stato detto. È stato necessario attendere Mark J. Carney (1965), da marzo 2025 Premier del Canada, già Governatore della Banca del Canada (2008-13), e della Banca d’Inghilterra (2013-20). Il suo discorso (tagliato, da post.it) del 20 gennaio a Davos:

Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà. Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che ‘i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono’. Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei Paesi ad assecondare il sistema per stare bene. Per evitare problemi. Per sperare che il suo rispetto garantisca sicurezza. Non sarà così. Quindi, quali opzioni?

Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio,‘Il potere dei senza potere’. Nel saggio poneva una domanda: come faceva il sistema comunista a sopravvivere? La sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello in vetrina: ‘Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!’. Non ci crede. Nessuno lo fa. Eppure lo espone: per evitare guai, per segnalare la propria adesione al sistema, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante fa lo stesso, il sistema sopravvive. Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione di tutti a rituali che, in privato, sanno essere falsi. Havel definì questo ‘vivere nella menzogna’.

Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dall’inclinazione di ognuno a recitare la propria parte come se fosse vera. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette, quando il fruttivendolo toglie il suo cartello, l’illusione inizia a incrinarsi. È tempo che aziende e Paesi tirino giù i loro cartelli.

Per decenni, molti Paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Sotto la sua protezione, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori.

Sapevamo che era in parte falso. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati, e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con ‘rigore variabile’. Questa finzione era utile a fornire beni pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle controversie. Così, abbiamo esposto il cartello. Abbiamo partecipato ai riti, ed evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà.

Questo patto non funziona più. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi hanno messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più di recente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma. I dazi come strumento d’influenza. L’infrastruttura finanziaria come coercizione. Le catene di fornitura come vulnerabilità da sfruttare. Non si può ‘vivere nella menzogna’ del mutuo beneficio dell’integrazione, quando essa stessa diventa la fonte della propria subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui le medie potenze facevano affidamento sono fortemente indebolite. Di conseguenza, in molti stanno giungendo alle stesse conclusioni: sviluppare una maggiore autonomia strategica. È comprensibile. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma dobbiamo essere lucidi sul risultato. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

C’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la messinscena delle regole per proprio interesse, i vantaggi del ‘transazionalismo’ diventano più difficili da replicare. Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le proprie relazioni. Gli alleati diversificheranno. Cercheranno modi per mettersi al riparo. Aumenteranno le opzioni a disposizione. Ciò ricostruisce la sovranità, ieri fondata sulle regole, domani ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Questa gestione del rischio ha un costo, che può essere condiviso. Gli investimenti collettivi sono più economici rispetto al tentativo di ognuno di costruire la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva. La questione per le medie potenze, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Va fatto. La questione è se ci adatteremo costruendo mura più alte, o se saremo capaci di fare qualcosa di più ambizioso.

Emmanuel Macron

Presidente francese

Friedrich Merz

Cancelliere tedesco

Guy Parmelin

Consigliere federale

Sergio Ermotti

Group Ceo di Ubs

Il Canada è stato tra i primi a sentire la sveglia, e questo ci ha spinto a cambiare radicalmente. Sappiamo che la nostra vecchia convinzione, secondo cui la geografia e l’appartenenza a certe alleanze ci avrebbero conferito prosperità e sicurezza, non è più valida. Il nostro nuovo approccio si fonda su quello che Alexander Stubb ha definito ‘realismo basato sui valori’, miriamo a essere di buoni princìpi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, ma pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono e che non tutti condividono i nostri valori. Ci stiamo impegnando ad affrontare il mondo così com’è.

Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Diamo la priorità a massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei valori, ma anche sul valore della nostra forza. La stiamo costruendo. Da quando il mio Governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse su redditi e imprese; rimosso tutte le barriere al commercio interno e dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, AI, minerali critici… Raddoppieremo la nostra spesa in Difesa entro il 2030, rafforzando l’industria interna.

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, le medie hanno una scelta: competere tra loro o unirsi. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere di legittimità, integrità e regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme

Mark Carney

Mark Carney

Primo Ministro del Canada

Stiamo diversificando. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Ue; in sei mesi abbiamo firmato altri 12 accordi commerciali e di sicurezza; negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar. Stiamo negoziando nuovi accordi di libero scambio. Per contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo la ‘geometria variabile’: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi.

In Ucraina siamo al centro della ‘Coalizione dei Volenterosi’, nell’Artico siamo fermamente al fianco di Groenlandia e Danimarca e sosteniamo il loro diritto unico di decidere il proprio futuro. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile. Stiamo lavorando con gli alleati Nato per mettere ancor più in sicurezza i fianchi settentrionale e occidentale dell’alleanza. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere gli obiettivi condivisi.

Sul commercio multilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra la Partnership Trans-Pacifica e l’Unione Europea. Sui minerali critici, stiamo formando ‘club di acquirenti’ ancorati al G7, affinché il mondo possa diversificarne le forniture. Sull’AI, stiamo cooperando con le democrazie affini per garantire che non saremo costretti, alla fine, a scegliere tra egemoni e hyperscaler. Si tratta di costruire coalizioni che funzionino, caso per caso, con partner che condividano basi comuni per agire insieme.

Si tratta di creare una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura, alla quale poter attingere. Le medie potenze devono agire insieme perché, se non sei seduto al tavolo, sei nel menù.

Le grandi potenze possono permettersi di procedere da sole. Hanno un mercato grosso, la capacità militare e la forza contrattuale per dettare le condizioni. Le medie non possono. Quando negoziamo bilateralmente con un egemone, siamo in una posizione di debolezza. Accettiamo l’offerta. Gareggiamo tra noi. Questa non è sovranità. È una messinscena, mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, le medie hanno una scelta: competere o unirsi. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere di legittimità, integrità e regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme.

Questo mi riporta ad Havel. Cosa significherebbe per le medie potenze ‘vivere nella verità’? Chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora. Definire il sistema per quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze che perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma.

Significa agire con coerenza. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le medie potenze criticano l’intimidazione economica degli uni, ma tacciono sugli altri, stiamo continuando a tenere il cartello in vetrina. Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere: istituzioni e accordi che funzionino. E significa ridurre la forza contrattuale che permette la coercizione. Costruire una solida economia interna dovrebbe essere sempre la priorità di ogni Governo. La diversificazione non è solo prudenza; è la base per una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto di prendere posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati. Abbiamo capitali, talento e un Governo con un’immensa capacità fiscale per agire. E abbiamo i valori.

Il Canada è una società pluralistica che funziona. La nostra opinione pubblica è rumorosa, diversificata e libera. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto fuorché questo; un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo termine.

Il Canada possiede qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo, la determinazione ad agire. Questa rottura richiede qualcosa di più d’un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è. Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e giusto. È il compito delle medie potenze, che hanno più di tutti da perdere in un mondo di ‘fortezze’ e da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia. Ed è una strada spalancata a ogni Paese che voglia intraprenderla insieme a noi.

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