TM   Maggio/Giugno 2023

La spirale di una cieca ambizione

Sarà l’Anna Bolena di Donizetti a inaugurare il 4 settembre la stagione del LAC, che ha scelto questo capolavoro, poco rappresentato, per la sua terza produzione lirica. Un impegno organizzativo, finanziario e creativo, quello sollecitato dalla realizzazione di un’opera, che conferma la maturità e la qualità raggiunte dal centro culturale luganese.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Daniel Maclis,”Il primo colloquio di Enrico VIII con Anna Bolena”, 1835, olio su tela, 132 x 156 cm.

All’opera il LAC di Lugano ha iniziato a mettersi, nel senso ‘musicale’ del termine, a soli tre anni dalla sua inaugurazione. Una sfida notevole, per un centro culturale appena avviato, far fronte all’enorme impegno organizzativo, finanziario e creativo che richiede una produzione di questa complessità. Uno sforzo premiato sin dall’esordio, nel 2018, con Il Barbiere di Siviglia, cui ha fatto seguito l’anno scorso La traviata.

Lo sfalsamento di calendario causato dalla pandemia fa sì che a stretto giro, senza ottemperare alla prevista cadenza biennale, già il prossimo settembre il pubblico possa godersi un altro capolavoro dell’opera lirica. D’altronde il genere non è estraneo alla città luganese quanto si potrebbe supporre: già nell’Ottocento contava ben tre teatri, dove fra gli altri passavano i nomi di Rossini e Verdi.

Per il 2023, ci si sarebbe potuti attendere un Flauto magico, un Don Giovanni o una Bohème, … invece la scelta è caduta su Anna Bolena, un titolo sicuramente importante ma non fra i più celebri della settantina di opere di Gaetano Donizetti. «Si tratta di un autore gigantesco, uno dei più grandi compositori della storia della musica e, soprattutto, della musica vocale operistica italiana. Al momento l’attenzione è su altri suoi titoli, lo si è visto recentemente con la Lucia di Lammermoor alla Scala, ma Anna Bolena è un capolavoro assoluto, che segna una svolta nell’estetica di Donizetti anche dal punto di vista strumentale», spiega il Maestro Diego Fasolis che dirigerà per l’occasione i suoi Barocchisti e il Coro della Radiotelevisione svizzera. Utilizzando strumenti storici e il diapason dell’epoca a 430 hz, che rende più confortevole e morbido il canto. «Proprio quest’impostazione più vicina alle sonorità originarie potrebbe distinguere in futuro le produzioni operistiche della Svizzera italiana, con regie rispettose della musica e del testo. Un approccio che consente di rinnovare il repertorio, attirare un nuovo pubblico, anche dalla vicina Italia che rappresenta un bacino di milioni di spettatori, e interessare anche le case discografiche», osserva il direttore musicale.

Anna Bolena è un capolavoro assoluto, che segna una svolta nell’estetica di Donizetti. Eseguirla con strumenti storici consente di rinnovare il repertorio, con una versione più vicina alle sonorità originarie. Un’impostazione grazie alla quale la Svizzera italiana potrebbe ritagliarsi un ruolo nel panorama operistico.

Diego Fasolis

Direttore musicale di “Anna Bolena”, Foto© D.Vass

I Barocchisti che il Maestro Diego Fasolis dirigerà nell’Anna Bolena di Donizetti, recentemente insigniti del prestigioso Premio Doron
Il Coro della Radiotelevisione svizzera che il Maestro Diego Fasolis dirigerà nell’Anna Bolena di Donizetti insieme ai suoi Barocchisti

Sin dal suo debutto al Teatro Carcano di Milano il 26 dicembre 1830, Anna Bolena fu accolta con entusiasmo: “Delirio, pareva che il pubblico fosse impazzito, tutti dicono che non ricordano di aver assistito mai ad un trionfo siffatto”, scriveva lo stesso autore in una lettera alla moglie Virginia dopo la prima. Un successo che gli dischiuse le porte dei grandi teatri, dall’Italia settentrionale all’estero. Composta di getto in un solo mese, è un lavoro poderoso, di tre ore e mezzo, che infatti nella versione che la rilanciò nel 1957, diretta da Gianandrea Gavazzeni, con la regia di Luchino Visconti e la Callas protagonista, fu drasticamente tagliata. «Da questo punto di vista faremo solo qualche mirato intervento per renderla fruibile agli spettatori del XXI secolo che non entrano ed escono dai palchetti come accadeva all’epoca. Donizetti aveva avuto a sua disposizione due vere e proprie leggende di inizio Ottocento, il soprano Giuditta Pasta e il tenore Giovanni Battista Rubini, per i quali creò una partitura in cui potessero dispiegare tutte le loro virtù. Conseguenza: senza un cast eccezionale non si può fare una grande Bolena», sottolinea Diego Fasolis. Bel canto e interpretazione drammatica raggiungono un equilibrio unico grazie alla perfetta rispondenza fra la musica magistrale di un ispiratissimo Donizetti e l’introspezione psicologica del libretto di Felice Romani. Il cast si compone di Carmela Remigio (Anna Bolena – ruolo grazie a cui ha vinto nel 2016 il prestigioso Premio Abbiati come miglior cantante al Festival Donizetti Opera), Marco Bussi (Enrico VIII), Arianna Vendittelli (Giovanna Seymour), Ruzil Gatin (Lord Riccardo Percy), Luigi De Donato (Lord Rochefort), Paola Gardina (Smeton), e Marcello Nardis (Sir Hervey).

A firmare la regia, il direttore artistico del LAC Carmelo Rifici che ha confermato la fiducia al suo team creativo: lo scenografo Guido Buganza, la costumista Margherita Baldoni, il disegnatore luci Alessandro Verazzi, il coreografo Alessio Maria Romano. Un binomio perfetto, il suo con Fasolis, di cui condivide la capacità di condurre nei meandri di un’opera, ciascuno attraverso la propria arte – entrambi prestatisi pro bono per il progetto.

Ho pensato di rappresentare la sensazione di minaccia inarrestabile che emana da quest’opera attraverso uno spazio scenico cangiante e minaccioso, che contiene una violenza che continua ad affiorare. Le stanze che i protagonisti percorrono sono interiori, aprono le porte alle loro paure, alle pulsioni più brutali, senza lasciare protezione o conforto.

Carmelo Rifici

Direttore artistico di “Anna Bolena”, © Photo Michela di Savino. Nebula Agency per Luminanza

Confrontarsi con una delle opere emblematiche del romanticismo, portata in scena per la prima volta proprio nell’anno in cui si fa nascere lo stesso movimento, ha un significato particolare per Rifici che a questo periodo storico è particolarmente sensibile. «Peraltro Anna Bolena fu madre di Elisabetta I, sotto il cui regno il teatro conoscerà la sua stagione più alta, quella di Shakespeare, Marlowe e Jonson. Ciò che della Bolena di Donizetti mi ha affascinato e spinto ad accettare la sfida, sta nella sua capacità ed elevatezza drammatica. Sin dall’inizio è consapevole della tragica conclusione che una cieca ambizione è destinata a subire. Ho pensato di rappresentarlo attraverso uno spazio scenico dinamico, cangiante e minaccioso: mentre nelle opere precedenti avevo cercato di allargarlo e alleggerirlo otticamente il più possibile, qui invece l’ho stretto molto, creando un labirinto-prigione dell’anima, una sorta di fortezza di cemento che nasconde e contiene una violenza che continua ad affiorare. Le stanze che i protagonisti percorrono sono interiori, aprono le porte alle loro paure, alle pulsioni più brutali, senza lasciare protezione o conforto», spiega Carmelo Rifici, molto soddisfatto della scena ideata insieme a Guido Buganza.

Ci sono voluti ben tre coproduttori per realizzare la struttura girevole, complessa da progettare, costruire e far funzionare, con porte che non si chiudono e pareti che si muovono introducendo nel labirinto di passioni e turbamenti; una soluzione che permette di sposare la dinamica scenica alla possibilità per i personaggi di esprimere tutta la loro potenza interpretativa e vocale. Coerentemente s’è deciso di eliminare i dettagli troppo realistici, così come i costumi di Margherita Baldoni non sono storici ma di un’astratta eleganza, con la forza strutturale che emana dai colori accesi, dalla matericità e dal taglio contemporaneo, per creare un immaginario universale capace di parlare allo spettatore odierno, proprio come quest’opera.

Se grossomodo la vicenda di Anna Bolena è nota, non fosse che da ultimo per una recente serie che ha fatto molto discutere, il servizio di mediazione culturale nell’ambito di LAC edu ha previsto in questi mesi un calendario di proposte per avvicinare il pubblico agli aspetti musicali, storici e drammaturgici dell’opera attraverso incontri, conferenze e le proiezioni di una rassegna cinematografica incentrata sulla figura di Anna Bolena e la dinastia dei Tudor.

Oltre alla capacità di costituire una squadra artistica e tecnica dei più alti livelli, per sostenere l’impegno di un’opera è fondamentale la capacità di attirare sponsor e di mettersi in rete con altri coproduttori internazionali: in questo caso la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, la Fondazione Teatri di Piacenza e la Fondazione Teatro Comunale di Modena, che ospiteranno la successiva tournée nel febbraio 2024 sui palcoscenici dei loro teatri. Buona parte dei costi musicali è supportata dall’Associazione I Barocchisti, Rsi Radiotelevisione svizzera, in collaborazione con LuganoMusica. La perfetta partnership tra pubblico e privato, vede anche il sostegno della Fondazione Lugano per il Polo culturale e della Danish Research Foundation. Collaborazioni che confermano la qualità ormai riconosciuta alle produzioni operistiche firmate dal LAC. Un’organizzazione che consente di avere le risorse per autofinanziare completamente l’iniziativa – e si parla di cifre che vanno da diverse centinaia di migliaia di franchi, anche a volte più di un milione per un’opera. Con oltretutto biglietti dai prezzi accessibili rispetto alla vicina Italia e al nord della Svizzera.

Oltre al ritorno finanziario, da sottolineare è il valore aggiunto di un progetto corale, un Gesamtkunstwerk che suggella lo spirito e il lavoro di quello che è un centro culturale, al di là della canonica programmazione annuale, anch’essa sempre portata avanti con grande cura, intuito e qualità dal direttore artistico Carmelo Rifici, che ha appena svelato anche gli appuntamenti della prossima stagione, sotto il titolo Il libro dei sogni. Che proprio da Anna Bolena sarà aperta il 4 settembre, con repliche il 6, 8 e 10 settembre.

Primo teatro di Lugano, il Sociale venne costruito a inizio Ottocento, su progetto dell’architetto Rocco Torricelli, nell’attuale piazza Manzoni. Nella prima metà del secolo vennero messe in scena con successo opere significative, fra cui proprio il Barbiere di Siviglia di Rossini. Restaurato e rilanciato nel 1852 da due appassionati melomani come i fratelli Ciani, che già avevano finanziato i lavori di ampliamento della Scala e della Canobbiana a Milano, dopo le felici stagioni con cartelloni fitti della presenza di Verdi e Donizetti, il Sociale venne demolito nel 1889. Nel 1892 fu la volta del Rossini in piazza Castello (odierno Quartiere Maghetti): all’inaugurazione andò in scena… Il Barbiere di Siviglia, e si capisce così perché si sia voluto riprendere per il battesimo operistico del LAC nel 2018.

Un’impresa notevole fu quella di una personalità eccentrica come il Barone Paul von Derwies. Nel Castello di Trevano, che si era fatto costruire con un investimento da 12 milioni di franchi dell’epoca (1870), volle che fosse realizzato un teatro in stile greco-moderno. Arrivava da Nizza per trascorrere il periodo estivo con al seguito un’orchestra e la propria compagnia d’opera ‘familiare’, fino alla sua misteriosa morte nel 1881. Lo avrebbe poi acquistato, nel 1900, il violinista e direttore d’orchestra Louis Lombard che lo riportò all’antico splendore. Occasionalmente impiegava una trentina di elementi della Scala, affiancati dai migliori musicisti, fra cui i maestri Leoncavallo, Mascagni, Massenet, Fauré. La sua era una vera e propria istituzione orchestrale che, tra Lugano, Como e Milano, realizzò oltre 850 concerti a scopo benefico. In pieno fermento sociale e culturale, a fine Ottocento la città di Lugano si dotò infine di un vero e proprio teatro, l’Apollo, con 700 posti a sedere, che sorse al posto del Rossini, abbattuto dopo soli 4 anni. Nei decenni, poi ribattezzato Kursaal, inanellerà molti nomi illustri, ospitando per la prima volta nel suo 50mo l’Orchestra della Scala. A metà Novecento i melodrammi operistici proseguirono anche negli spazi del Padiglione Conza e del Parco Ciani, con poi nel 1960 l’inaugurazione del nuovo Teatro Kursaal e, negli anni ’70, l’Anfiteatro del Palazzo dei Congressi.

Cfr. “Opera prima, Incontri storico-lirici tra Milano e Lugano”, a cura di Alberto Dell’Acqua, Fontana Edizioni, 2006.

L’Apollo, teatro della Lugano di fine Ottocento, poi ribattezzato Kursaal, © collezione Knijnenburg

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LAC Anna Bolena