TM    Maggio 2026

La crescita cambia geografia

Tecnologia, debito, geopolitica e transizione verde stanno ridisegnando le regole del gioco. Il punto non è più prevedere la crescita, ma capire dove si sposterà.

di Andreas Grandi

Senior Economic Editor di Ticino Management

I professionisti del settore finanziario già lo percepiscono nelle loro analisi quotidiane: ci troviamo in un’epoca di cambiamenti strutturali. Si tratta di una trasformazione inclusiva, che riguarda contemporaneamente tecnologia, geopolitica, demografia e priorità ambientali. L’intelligenza artificiale accelera a un ritmo che i modelli economici tradizionali faticano a coordinare. In molte delle economie avanzate il debito pubblico è esploso a livelli record. Le tensioni geopolitiche – come la recente interruzione dei flussi commerciali ed energetici nella area del Golfo Persico – non sono episodi isolati, ma segnali di una frammentazione economica che ridisegna le catene di approvvigionamento, i costi energetici e, in ultima analisi, le proiezioni di crescita. Questo il contesto che gli esperti del World Economic Forum hanno commentato nel recentissimo studio “Growth in the new economy: towards a blueprint”, elaborando, tra il 2024 e il 2026, dati basati su interviste con i decision-maker globali: l’obiettivo era individuare le strategie “senza rimpianti” – quelle scelte operative che mantengono valore indipendentemente da come evolve lo scenario – e i dilemmi reali che governi e imprese affrontano nel tentativo di progredire nella stagione economica che ci attende.

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In foto, André Hoffmann, imprenditore svizzero legato a Roche. ©World Economic Forum – Lennart Preiss.

La crescita non scompare, ma si sposta. Le economie a reddito medio sono destinate a rappresentare il 65% della crescita cumulativa del Pil globale tra il 2025 e il 2030. L’Asia rimarrà il principale motore, con una quota superiore al 50% della crescita mondiale. I settori più promettenti, secondo gli accertamenti degli 11mila dirigenti d’azienda interpellati dal Wef sono i servizi It, la manifattura avanzata, la sanità e il turismo. Settori come l’immobiliare, le assicurazioni e la chimica risultano invece meno dinamici come trend leader nei prossimi cinque anni. Queste analisi offrono una mappa utile per orientare i manager globali su come posizionarsi e dove mobilitare le necessarie competenze

Il vero nodo, però, non è prevedere la crescita, ma intercettarne la evoluzione. Il Wef articola questa problematica analizzando quattro specifiche aree economiche. La prima riguarda tecnologia, produttività e capitale umano: in un’economia dove la conoscenza è il principale motore di sviluppo, investire in competenze non è più un onere da ottimizzare, ma un prerequisito indispensabile per competere. Il dilemma tra competizione e coordinamento nell’adozione tecnologica – e tra mobilità e redistribuzione dei benefici – è concreto, e non genera soluzioni univoche. La seconda area contrappone cooperazione globale e potenzialità nazionale: la elaborazione delle strategie infatti è complicata da una frammentazione geopolitica che obbliga ad un costante aggiornamento e revisione tra quanto accade dentro e fuori dai confini nazionali. Il terzo ambito riguarda la struttura istituzionale e il ruolo del governo: pubbliche amministrazioni affidabili, infrastrutture di qualità e stabilità macroeconomica sono prerequisiti che si impongono sulle ambizioni scandite dal calendario previsto dai cicli elettorali. Inoltre, il dibattito tra governi concentrati sugli interessi nazionali e una gestione “dinamica”, oltre che tra rigore fiscale e repressione finanziaria, non si risolve con formule ideologiche ma con scelte allineate alle potenzialità congiunturali. La quarta area è la sostenibilità: la transizione verde da imperativo reputazionale o legale, è diventata una autonoma variabile economica, con costi da equilibrare nel breve e benefici da misurare nel lungo periodo.

Insomma, ricordano gli esperti, i vincitori nella nuova economia non saranno necessariamente quelli orientati a proiezioni ottimistiche, ma i dirigenti capaci di contemperare innovazioni e disciplina, i compromessi imposti dalle notizie di cronaca con le strategie di lungo periodo. Per chi opera in ambito finanziario, questo non è un obiettivo astratto, ma un invito a mobilitare le competenze necessarie ad equilibrarsi tra le esigenze di risultati a breve con la definizione di strategie di investimento che reggano nel tempo.

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