TM    Aprile 2026

Dipendenza ad alta tensione

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente si riflettono su prezzi, inflazione e sicurezza economica, esortando chi come la Svizzera dipende fortemente dalle importazioni di energia a diversificare fonti e tecnologie per diminuire la propria vulnerabilità.

Marco Martino

di Marco Martino

Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana

L’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele scoppiata a marzo dimostra ancora una volta quanto la geopolitica possa incidere direttamente sull’economia. Non si tratta soltanto di un conflitto regionale, ma di un evento capace di produrre conseguenze concrete anche per Paesi lontani dal teatro di guerra. La Svizzera non fa eccezione. In un’economia aperta e fortemente integrata come la nostra, gli effetti di queste crisi si trasmettono spesso in modo indiretto ma rapido. Le tensioni sui mercati energetici possono influenzare le aspettative, le decisioni di investimento e la fiducia di imprese e consumatori, contribuendo a creare un clima di maggiore prudenza che può pesare sulla crescita economica complessiva.

Al centro delle tensioni attuali vi è lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del sistema energetico mondiale, da cui transita circa un quinto del petrolio globale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. È sufficiente che questo passaggio venga minacciato o reso insicuro perché i mercati reagiscano immediatamente. Ed è esattamente ciò che abbiamo osservato: prezzi del petrolio in aumento, forte volatilità e rinnovati timori inflazionistici.

quota commercio marittimo petrolio
Fonte:EIA

Nelle settimane che hanno seguito lo scoppio del conflitto, il prezzo del greggio è cresciuto in modo sensibile e, qualora le tensioni dovessero protrarsi, ulteriori rincari non sarebbero affatto improbabili. Il meccanismo è noto: il petrolio non è una semplice materia prima, ma uno dei principali fattori di costo dell’economia moderna. Quando il suo prezzo aumenta, lo stesso fanno i costi di trasporto, di produzione industriale e di approvvigionamento energetico. Una dinamica che in breve tempo finisce per riflettersi anche sui prezzi al consumo.

Per la Svizzera il rischio è tutt’altro che teorico. Il nostro Paese importa quasi integralmente le proprie fonti fossili ed è quindi strutturalmente esposto alle oscillazioni dei mercati internazionali. Un aumento duraturo dei prezzi dell’energia si traduce inevitabilmente in costi più elevati per le imprese e per le famiglie. Nel breve periodo la Svizzera dispone comunque di un certo margine. Nei momenti di forte incertezza internazionale il franco tende infatti a rafforzarsi, attenuando almeno in parte l’impatto dell’inflazione importata. Ma sarebbe un errore considerare questo effetto come una protezione permanente. Se la crisi dovesse ulteriormente protrarsi o se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi oltremodo, l’aumento dei costi energetici e logistici finirebbe inevitabilmente per gravare pesantemente sulla nostra economia.

Consumo energia elettrica svizzera
Fonte: UFE, UST

Questo conflitto ricorda una verità spesso sottovalutata: la sicurezza energetica è una componente essenziale della sicurezza economica. Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di energia sono inevitabilmente più vulnerabili alle crisi geopolitiche che colpiscono le principali rotte di approvvigionamento. E in un mondo sempre più instabile, queste crisi rischiano di diventare più frequenti.

Per la Svizzera, questa consapevolezza dovrebbe tradursi in una politica energetica pragmatica e orientata alla resilienza. Ridurre la dipendenza dalle importazioni non significa inseguire l’illusione dell’autosufficienza nei combustibili fossili. Significa piuttosto rafforzare la produzione interna di energia e costruire un sistema capace di assorbire meglio gli shock esterni.

In questo contesto, il principio dell’apertura tecnologica assume un valore strategico. L’espansione delle energie rinnovabili resta una colonna portante della transizione energetica. Ma per garantire sicurezza dell’approvvigionamento e stabilità della rete elettrica, soprattutto nei mesi invernali, non è sufficiente affidarsi a una sola soluzione. Occorre valutare con pragmatismo tutte le opzioni disponibili, comprese le nuove tecnologie di produzione di energia nucleare. I reattori avanzati attualmente in sviluppo promettono livelli di sicurezza più elevati, maggiore flessibilità operativa e una gestione più efficiente delle scorie rispetto al passato. Anche se il nucleare non può certo sostituire il petrolio nei trasporti, può contribuire in modo decisivo a stabilizzare il sistema elettrico, riducendo la pressione complessiva sull’economia in caso di crisi internazionali.

La lezione che emerge dalla guerra in Medio Oriente è chiara: la politica energetica non può essere guidata da considerazioni ideologiche. In un contesto geopolitico instabile, la diversificazione di fonti e tecnologie non è una questione di opinioni politiche, ma una scelta di prudenza economica. Garantire un approvvigionamento energetico sicuro, diversificato e affidabile significa rafforzare la resilienza dell’economia svizzera, proteggere il potere d’acquisto delle famiglie e creare condizioni più stabili per le imprese. Se è vero che le guerre nascono lontano, è altrettanto vero che i loro effetti arrivano molto vicino. Spesso, direttamente nel portafoglio di cittadini e imprese.

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