TM    Marzo 2026

Cattedrali sonore in uno scatto

L’interno degli strumenti musicali nasconde architetture sorprendenti, fatte di curve, tensioni e geometrie. Grazie a tecniche fotografiche avanzate, questi spazi diventano monumenti visivi che rivelano maestria artigianale, la loro stessa storia e l’anima acustica che li fa vibrare. Intervista al violoncellista orchestrale e fotografo australiano Charles Brooks.

di Simona Manzione

Giornalista

Interno di un violino Stradivari del 1717
Interno di un violino Stradivari del 1717.

L’idea di fotografare l’interno degli strumenti musicali come vere e proprie architetture nasce dalla sua esperienza di musicista. Dopo averli esplorati per anni solo in superficie e in relazione al suono, nel 2020 ha iniziato a esplorarne le parti di norma inaccessibili alla vista, avvalendosi di lenti a sonda ed endoscopi medici adattati. E raggiungendo una precisione senza precedenti.

Gli scatti di Charles Brooks, violoncellista orchestrale e fotografo australiano, sono influenzati dalla sua conoscenza specifica degli strumenti musicali, che interpreta non come oggetti statici, ma come entità vive, comprendendone le reazioni, le regolazioni e la storia. C’è insomma un interessante parallelismo tra suonare uno strumento e fotografarlo.

Che cosa accomuna il tuo background musicale e il tuo approccio fotografico?
Le mie sessioni fotografiche sono lunghe, metodiche e ripetitive. Ottenere una singola immagine può richiedere centinaia di regolazioni incrementali, ciascuna precisa e necessaria. Il che non è poi diverso dal praticare scale o rifinire un passaggio quando faccio prove musicali: piccoli affinamenti accumulati nel tempo fino a quando la struttura regge.

Che relazione vedi tra architettura e musica?
Esiste un’interazione straordinaria tra le due. A livello pratico, le sale da concerto sono progettate per modellare e trasportare il suono, proprio come gli strumenti. Entrambi sono camere risonanti, accuratamente proporzionate per controllare riflessione, assorbimento e proiezione. Uno opera alla scala di un edificio, l’altro può essere tenuto nel palmo della mano, ma i principi sono strettamente correlati.
La musica è architettonica a sua volta. Ha infatti forma, struttura, simmetria, tensione e rilascio. Nel corso dei secoli, gli strumenti si sono evoluti in risposta alle esigenze musicali, cambiando forma, diventando più forti e raffinati per adattarsi a sale più grandi e a nuovi linguaggi espressivi. A mio avviso non sorprende, di conseguenza, che guardando all’interno di questi strumenti troviamo spazi che somigliano alle sale in cui vengono suonati. Il micro riflette il macro.

Definisci gli strumenti “cattedrali sonore”. Perché?
Una cattedrale è uno spazio progettato per la risonanza, il rituale e la trascendenza. Gli strumenti funzionano in modo simile. Le curve delle tavole di un violino, le controventature di una chitarra, la colonna di un flauto, sono tutte progettate per modellare la vibrazione. Questi spazi sono costruiti per amplificare l’emozione umana. Visti internamente, somigliano a volte e navate. La fotografia mette in luce questa architettura interna.

Quale strumento ti ha sorpreso maggiormente dal punto di vista architettonico?
Senza dubbio il didgeridoo. Mi aspettavo qualcosa di relativamente semplice, un tubo cilindrico scavato a mano con piccole irregolarità. Invece ho trovato una straordinaria caverna organica. L’interno sembrava meno uno strumento e più un sistema di grotte naturali. I didgeridoo tradizionali sono scavati dalle termiti, non intagliati a mano. Gli insetti seguono il legno più tenero creando geometrie interne tortuose e imprevedibili. Nessun interno è uguale a un altro, nemmeno tra strumenti dello stesso tipo. Dal punto di vista architettonico, è puro design biomorfico, modellato dall’ecologia piuttosto che dall’intenzione e abilità umane. Fotografarlo è stato meno documentare l’artigianato e più esplorare una camera risonante naturalmente formata, scoperta piuttosto che costruita.

Interno di un Bandoneón argentino, © Architetture in musica
Interno di un Bandoneón argentino, © Architetture in musica.

Quali sono le principali sfide tecniche nel fotografare spazi così piccoli e complessi?
La profondità di campo è la sfida maggiore. A distanza ravvicinata, solo frazioni di millimetro sono a fuoco. Un’unica immagine finale può contenere centinaia o migliaia di scatti, ciascuno a piani leggermente diversi. L’illuminazione è complessa: gli spazi sono spesso estremamente bui e non riflettenti. Il controllo della temperatura è fondamentale per non danneggiare strumenti storici. Tutto deve essere reversibile, non invasivo e rispettoso.

Quanto tempo richiede, in media, la creazione di una singola immagine?
Il solo scatto può richiedere un’intera giornata. La post-produzione spesso richiede diversi giorni. Focus stacking, pixel shifting, cuciture panoramiche, calibrazione del colore e correzione prospettica fanno tutti parte del flusso di lavoro. L’immagine finale è costruita da centinaia, talvolta migliaia di scatti, per ottenere chiarezza dalla parte anteriore a quella posteriore.

Usi tecniche di illuminazione particolari per evocare quell’atmosfera quasi monumentale?
Quando è possibile, cerco di posizionare la luce come se fosse un sole lontano che entra in un grande spazio architettonico. Una fonte direzionale bassa crea ombre lunghe e gradazioni, aiutando a stabilire scala e profondità. L’illusione di una singola luce naturale è fondamentale per convincere l’osservatore che sta guardando qualcosa di monumentale piuttosto che di pochi centimetri. In realtà, l’illuminazione è spesso dettata dallo strumento stesso. Nei legni e negli ottoni, ad esempio, ci sono solo pochi millimetri di apertura attraverso cui la luce può entrare. Tutto va fatto entro vincoli fisici stretti. Le fonti devono essere piccole, controllate termicamente e posizionate con precisione estrema.

Che tipo di reazione speri di suscitare nello spettatore?
Spero di creare un senso più profondo di connessione. Gli esterni degli strumenti sono familiari a tutti. Ma l’interno rimane quasi completamente invisibile. Guardandolo, si notano i segni degli strumenti del liutaio, le venature del legno, le asimmetrie sottili e le tracce di secoli di riparazioni. Questi dettagli raccontano una storia umana. Esponendo quella storia nascosta, spero che lo spettatore si senta connesso non solo al suono, ma alla linea di artigianato e storia che lo rende possibile.

Pensi che il tuo lavoro cambi il modo in cui percepiamo la musica?
Credo di sì. Quando di uno strumento si sa chi lo ha costruito e lo ha suonato, come è stato modificato e conservato nel tempo, questo influisce sulla percezione, il suono sembra più radicato nella realtà fisica.

Sopra, interno di un pianoforte Steinway
Sopra, interno di un pianoforte Steinway.

Hai mai saputo di musicisti che hanno ‘vissuto’ il proprio strumento in modo diverso dopo aver visto le tue immagini?
Un esempio memorabile riguarda un violoncello attribuito al figlio di un grande liutaio. Fotografando l’interno, la maestria sembrava più coerente con la mano del padre che con l’attribuzione indicata. Questo ha spinto il proprietario a fare un’analisi dendrocronologica per confrontare le venature del legno con strumenti noti, chiarendo la vera origine. Ci sono stati altri accadimenti simili: le foto hanno rivelato riparazioni interne che necessitavano di attenzione, firme precedentemente invisibili. E spesso un accumulo impressionante di polvere!

Il tuo progetto unisce arte, artigianato e tecnologia: come interagiscono questi tre elementi nel tuo lavoro?
Sono interdipendenti, allo scopo di creare un’immagine coinvolgente. L’artigianato è la base. Senza l’abilità straordinaria dei liutai e in genere dei costruttori, non ci sarebbe nulla da fotografare. Il loro lavoro fornisce struttura, geometria e imperfezioni sottili che danno carattere allo strumento. La tecnologia esiste per un’ambizione visiva. Il desiderio di rendere gli interni con chiarezza assoluta ha guidato infatti l’adattamento di endoscopi medici, lo sviluppo di workflow complessi di focus stacking e sistemi di illuminazione meticolosi. Il processo tecnico non è fine a sé stesso; evolve in risposta alle esigenze dell’immagine.
L’arte è la sintesi di questi elementi. È la decisione di inquadrare gli interni non come documentazione tecnica, ma come spazi monumentali.

Stai esplorando nuovi strumenti o nuove direzioni creative?
Il mondo degli strumenti è inesauribile. Dai rarissimi capolavori storici alle audaci creazioni contemporanee, le opportunità sono infinte. Ci sono strumenti “comuni” che non ho ancora fotografato in modo convincente. La tromba, ad esempio, presenta una geometria interna elegante ma molto vincolata e curva, e non ho ancora trovato la prospettiva che la trasformi nello spazio architettonico che cerco. Spesso sono proprio questi problemi irrisolti a far proseguire il progetto. Quando uno strumento resiste all’interpretazione, significa che la tecnologia o l’approccio devono evolvere. Nuove soluzioni di illuminazione, ottiche più piccole, strategie compositive differenti: questi limiti tecnici diventano motori della crescita creativa.

Interno di un organo a canne
Interno di un organo a canne.

Come immagini l’evoluzione del progetto nei prossimi anni?
Sto pensando a un libro fotografico, che raccolga la serie in un unico spazio, tanto da far vivere al lettore il lavoro come un percorso strutturato, quasi come muoversi in una galleria di camere risonanti. Oltre a questo, sono sempre più interessato a presentazioni immersive. Immagina di stare in una sala da concerto che gradualmente diventa l’interno di un violino o di un violoncello.

Se potessi “entrare” fisicamente in una delle tue immagini come se fosse uno spazio reale, quale sceglieresti?
È difficile scegliere, ma torno sempre alle immagini dei violoncelli. C’è qualcosa nelle proporzioni interne, nel rapporto tra altezza dei fianchi e curvatura della tavola superiore, che appare particolarmente equilibrato e accogliente. Lo spazio ha un calore tranquillo. Non sembra cavernoso né opprimente, ma umano, quasi abitabile. Devo ammetterlo, potrebbe esserci un po’ di soggettività, visto che da molti anni sono un violoncellista!

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