TM    Maggio 2025

Analogie rivelatrici

Senza volerne celare le diversità, i momenti di convergenza fra le traiettorie umane e professionali di Ferdinand Hodler e Filippo Franzoni, rivelate dalla mostra del MASI Lugano, contribuiscono a una rilettura dell’opera del pittore ticinese – come il maestro simbolista, grande interprete del paesaggio – evidenziando la qualità e l’innovazione delle sue soluzioni formali e compositive, così come la sua partecipazione alla nascente scena artistica nazionale.

di Susanna Cattaneo

Giornalista

Delta della Maggia Filippo Franzoni
Filippo Franzoni, “Delta della Maggia”, 1895 circa, olio su tela, Comune di Chiasso, deposito della Confederazione svizzera, Ufficio federale della cultura, Berna.
Lago di Ginevra di sera visto da Chexbres Ferdinand Hodler
Ferdinand Hodler, “Lago di Ginevra di sera visto da Chexbres”, 1895, olio su tela, Kunsthaus Zürich, Deposito Confederazione Svizzera, Ufficio federale della cultura, Fondazione Gottfried Keller, Berna, 1965.

Ex aequo lo sono stati in senso letterale una volta, nel 1895, quando con il Lago di Ginevra visto di sera da Chexbres e Delta della Maggia si aggiudicarono pari merito il secondo posto al Concours Calame, che Ginevra dedicava a cadenza biennale alla pittura paesaggistica. Rispondendo alla richiesta di presentare “un quadro di paesaggio, raffigurante un lago svizzero, con in primo piano la spianata di un greto, rocce, terreni, mura, costruzioni, ecc.”, Ferdinand Hodler e Filippo Franzoni vivevano uno dei principali momenti di tangenza dei loro percorsi, testimone tanto della loro ricerca stilistica, quanto dello sviluppo della moderna scena artistica svizzera, che sia come concorrenti in questo caso, sia in veste di giurati e membri di commissioni e associazioni nazionali, li vide in prima linea.

Due dipinti che sono anche uno dei fulcri nel raffronto dialogico proposto dalla mostra, in corso fino al 10 agosto, con cui il MASI Lugano vuole finalmente rivendicare l’importanza del pittore ticinese, che se a Brera si era formato negli stessi anni di Giovanni Segantini e Medardo Rosso e, successivamente, in patria raccolse il consenso di colleghi e critica, oggi al di fuori della Svizzera italiana è ormai poco conosciuto. E pensare che fu l’unico ticinese a entrare nella prestigiosa collezione dell’industriale solettese Oscar Miller, magnate della carta, fra i primi ad acquistare lavori di artisti svizzeri dell’epoca, del calibro di Hodler, affiancato dagli altri protagonisti di quella stagione di innovazione, come Cuno Amiet, Giovanni Giacometti, Albert Trechsel o Albert Welti.

Accostare nome e opera di Filippo Franzoni a quelli del maestro indiscusso della moderna arte elvetica nonché fra i maggiori interpreti del simbolismo europeo, potrebbe sembrare velleitario. Ma l’obiettivo non è proporre paragoni per individuare puntuali influenze reciproche, né il visitatore deve temere di trovarsi davanti a un esercizio didascalico-dimostrativo. Al contrario, senza forzature, le cinque ampie sezioni cronologico-tematiche che compongono la mostra, curata con sensibilità e competenza da Cristina Sonderegger, fanno emergere le assonanze fra i due artisti senza negarne la profonda diversità, che d’altronde già ne connota origini e formazione: proveniente da una famiglia borghese di idee liberali, formatosi all’Accademia di Brera negli anni della Scapigliatura lombarda, Filippo Franzoni (Locarno 1857 – Mendrisio 1911), in particolare legato alla madre, nobildonna cresciuta nel clima intellettuale a Milano; di modeste origini e presto orfano Ferdinand Hodler (Berna 1853 – Ginevra 1918), che dopo l’apprendistato presso il vedutista Ferdinand Sommer, si stacca velocemente dalla produzione seriale di immagini turistiche confrontandosi a Ginevra con la grande tradizione paesaggistica del cui rinnovo sarà il capofila. Ma sono proprio le divergenze fra due retroterra culturali estranei, nonché fra due personalità diametralmente opposte – l’uno affermato e sicuro di sé, l’altro tormentato e introspettivo (basta guardare gli autoritratti per averne la riprova) – a rendere ancor più significative le alterne convergenze.

Se nella prima sezione che si concentra sui rispettivi esordi (presentando sulla sinistra dello spazio espositivo le opere di Franzoni, a destra quelle di Hodler, che poi a ogni sezione si scambiano di lato, come due mostre in una) le differenze non possono che essere evidenti, si denota però già una prima analogia nella costruzione del paesaggio, con Hodler che precocemente, in Alpenlandschaft (Das Stockhorn) del 1882-83, manifesta l’attenzione all’ordine, al ripetersi delle forme, al rispecchiarsi degli elementi nella superficie dell’acqua e alle simmetrie caratteristiche della sua cifra. Dirimpetto, il grande olio Tombe romane a Concordia realizzato dal pittore ticinese nel 1887, quando recandosi a esporre a Venezia ritrae il sito archeologico di Sepolcreto dei militi presso Portogruaro, presenta una simile impostazione nella stratificazione di bande orizzontali ed elementi che si ripetono in un gioco di specchiature tra acqua, terra e cielo. Proprio con questo quadro Franzoni varca per la prima volta il Gottardo, presentandolo nel 1890 all’Esposizione Nazionale Svizzera di Belle Arti di Berna a cui partecipa anche Hodler con quattro opere. Allo stesso modo, nella seconda sezione, che propone uno spaccato sulla ritrattistica, sono evidenti le analogie nella sequenza di piani spaziali definiti nettamente dalla sintassi di zone di colore en aplat, che accomuna l’hodleriano Ritratto di donna sconosciuta (La Convalescente), 1885 circa, al Ritratto della madre,1891, che è fra i capolavori di Franzoni per sintesi formale.

Parlare di “sodalizio artistico” come propone il sottotitolo della mostra è forse eccessivo. Tuttavia non mancarono reciproche attestazioni di stima e non è remota l’ipotesi che, in occasione del soggiorno in Ticino nel 1893 di Hodler, i due non solo si siano incontrati ma abbiano anche dipinto fianco a fianco sulle rive della Maggia. Il viaggio è poco documentato, ma il commosso biglietto di condoglianze scritto a Franzoni due anni più tardi, alla scomparsa della madre, lascia presupporre che il pittore ginevrino l’avesse conosciuta di persona.

Di sicuro per entrambi gli artisti quel 1893 fu un anno cruciale: se nei paesaggi ticinesi, che Hodler un paio di settimane più tardi presenta con successo a Ginevra, si coglie l’anticipazione delle innovazioni tematiche e compositive della sua opera simbolista matura, per il ticinese, con il rientro da Milano, è il momento che segna l’inizio dell’integrazione nella scena artistica svizzera, che sempre più lo vedrà esporre Oltregottardo e assumere incarichi fra cui, nel 1901, la presidenza della sezione ticinese della Società svizzera dei pittori, scultori, architetti. I loro percorsi professionali e umani tornano a incrociarsi più volte nella nascente scena artistica elvetica, come attesta anche la fotografia che li immortala seduti uno accanto all’altro, nell’aprile 1897, a un incontro della Società di Pittori e Scultori svizzeri nel giardino della Wettsteinhäuschen di Basilea.

Veduta dell’allestimento “Ferdinand Hodler – Filippo Franzoni”, al MASI Lugano fino al 10 agosto 2025. © Gabriele Spalluto

Mentre però Hodler progressivamente distilla forme e colori, sublimando nello ieratismo delle sue monumentali rappresentazioni simboliste l’essenza eterna della natura, Franzoni negli ultimi dipinti a tema mitologico si addentra in una ricerca sempre più introspettiva, nutrito dalla frequentazione del Monte Verità, ma anche oppresso da condizioni di vita e salute sempre più difficili, spingendosi in direzione di una trasfigurazione visionaria prossima all’astrazione. Laddove tutto in Hodler si precisa, in Franzoni forme e colori, elementi naturali e figure umane si impastano fino a confondersi. Ricoverato all’Ospedale psichiatrico di Mendrisio nel 1909, due anni più tardi vi conclude la sua parabola di vita per cause tuttora ignote, quando Hodler è nel pieno della carriera, in quello stesso anno con una grande retrospettiva che fa tappa a Colonia, Francoforte Berlino e Monaco.

Sul 1911 si chiude anche il percorso della mostra, che presenta un corpus di 80 dipinti realizzati dai due artisti sull’arco di quattro decenni. In particolare, dalla vastissima produzione di Hodler sono stati selezionati da importanti collezioni pubbliche e private svizzere i paesaggi più rappresentativi della sua ricerca più intima, inclusi i sei realizzati a Locarno. Fra le opere di Franzoni, molte prestate dalla Città di Locarno che ha anche contribuito ad alcuni restauri in vista di questo progetto espositivo, da menzionare è anche una recente acquisizione del MASI, Dopo il temporale (1898), fra le poche tele di dimensioni monumentali dell’artista ticinese, che cela in realtà l’originale di Arcobaleno, una cui copia in formato ridotto era fra le due opere di Franzoni entrate nella collezione di Oscar Miller.

Se era dal suo arrivo al MASI nel 2018 che il Direttore Tobia Bezzola cullava il desiderio di restituire a Filippo Franzoni la sua statura, la scelta di non puntare su una mostra monografica sembra rivelarsi quella giusta per contribuire a una rilettura della sua opera grazie al contrappunto stabilito con Hodler, che conferma qualità artistica, forza innovativa e respiro internazionale del ticinese.

Louisa Gagliardi, Green Room
Louisa Gagliardi, “Green Room”, 2023, pittura gel e inchiostro su Pvc, Ringier Collection. © The Artist. Foto: Stefan Altenburger Photography, Zürich.

La prima parte della stagione del MASI Lugano si completa con altre due mostre che sempre all’arte svizzera guardano, testimoniando la volontà di proporre una programmazione diversificata e dinamica, in grado di attirare pubblici anche molto distanti fra loro. La ricerca sulla fotografia, che già in passato ha portato alla riscoperta di preziosi archivi d’artista, prosegue nel 2025 con Eugenio Schmidhauser. Oltre il Malcantone, prima mostra dedicata da un’istituzione museale al fotografo ticinese (Seon, 1876 – Astano, 1952), a Palazzo Reali fino al 12 ottobre. Grazie alla collaborazione con l’Archivio di Stato del Canton Ticino, il percorso presenta circa 90 opere fotografiche tra stampe new print e vintage: una documentazione vasta, che mette in luce il lavoro di un artista che ha fortemente modellato l’immaginario del Ticino di inizio secolo, contribuendo a promuoverne il turismo con modalità innovative, al contempo instaurando anche un’intima relazione con il territorio e i suoi abitanti, in particolare nel Malcantone. Parte della mostra anche un nucleo inedito di fotografie artistiche, che svela aspetti sconosciuti e di grande valore, del lavoro di Schmidhauser.

Molto più sperimentale Many Moons, il percorso sviluppato su misura per lo spazio ipogeo del LAC da Louisa Gagliardi, alla sua prima personale in un museo svizzero. Classe 1989, si è affermata fra le interpreti  più interessanti della scena elvetica contemporanea. Nel solco di correnti storiche come il surrealismo, la metafisica e il realismo magico, i suoi lavori, in cui unisce tecniche pittoriche tradizionali e tecnologia digitale, indagano il significato dell’identità, le trasformazioni sociali e il rapporto tra individuo e ambiente, sollevando inquietanti interrogativi sulla nostra epoca iperconnessa. Per l’occasione Louisa Gagliardi ha creato due nuovi cicli pittorici monumentali e una serie di sculture. Da scoprire fino al 20 luglio.

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